Notturno bizantino

1508, Corfù. Il medico Lucas Pascali ricostruisce la lunga catena di eventi che hanno portato alla caduta di Costantinopoli nel 1453, in una terribile giornata che l’ha visto testimone diretto. Secondo lui tutto è cominciato nel 1420 – proprio l’anno della sua nascita nella città bizantina – con l’arrivo da Ravenna di Cleofe Malatesta e di Sofia di Monserrato; la prima promessa sposa di Teodoro II Paleologo, despota di Morea, la seconda destinata a divenire moglie di Giovanni, futuro basileus e fratello di Teodoro. Cleofe era imparentata con Papa Martino V e il pontefice segretamente sperava che questo matrimonio potesse ricomporre lo scisma tra le Chiese latina e greca, consumatosi da secoli. La donna in realtà era combattuta tra la fedeltà al marito e quella al papa: il primo la amava sinceramente ma era impacciato e scontroso, il secondo esercitava continue pressioni politiche alle quali lei non sapeva dare seguito. Il fratello maggiore di Cleofe Pandolfo, arcivescovo di Patrasso, capiva il tormento della sorella e per aiutarla le suggeriva di uscire dal “cul de sac” in cui si trovava dando rassicurazioni al papa e amore al marito, perché in un cuore “può starci un mondo intero” e quindi nel suo poteva ben esserci spazio per entrambi. È il 1425: il legame coniugale di Cleofe con Teodoro – che Martino V vorrebbe sul trono di Costantinopoli, ma che invece non vuole scavalcare il fratello – si sta rafforzando e il despota la conduce con sé alle lezioni del filosofo Pletone, che auspica l’avvento di una Nuova Bisanzio libera dai monoteismi, che possa prendere il meglio della pòlis ellenica e della signoria italiana. Tre anni dopo Lucas è ormai un ragazzino curioso e pacato: il 12 maggio, il giorno in cui viene alla luce Elena, la figlia di Teodoro e Cleofe, conosce grazie a suo padre Clarice e Teodora, le bellissime figlie del medico di corte Demetrio Pepagomenos, un incontro destinato a cambiargli la vita…

Il 29 maggio del 1453 le truppe del sultano Mehmet (Maometto II) – dopo un sanguinoso assedio di due mesi dalle alterne vicende e un martellamento di artiglieria mai visto fino ad allora – fanno breccia in un punto debole delle fortificazioni di Costantinopoli e mettono a ferro e fuoco la città, difesa da poche migliaia di uomini contro i quasi 200.000 assedianti. L’Impero Romano d'Oriente, dopo 1058 anni, cessa di esistere. L’autore utilizza la narrazione di questo avvenimento storico dalla portata epocale non dico come un pretesto, ma perlomeno come una chiave di lettura che aiuti a decifrare il presente oltre che il passato. Nella Nota in calce, De Pascalis spiega infatti di vedere non poche analogie tra il fato della capitale bizantina e la profonda crisi che sta martoriando la Grecia di oggi, “ridotta allo stremo perché l’Unione Europea preferisce difendere le proprie banche piuttosto che le radici comuni”, inserito peraltro in un quadro di radicalizzazione e persino istituzionalizzazione degli integralismi islamici, per non parlare dei biblici flussi migratori che da Asia ed Africa portano centinaia di migliaia di profughi in Europa, un fenomeno che all’autore di Notturno bizantino ricorda sinistramente le invasioni barbariche che avvelenarono l’Impero Romano fino a ucciderlo politicamente e culturalmente. L’assonanza del nome del protagonista con il cognome dell’autore non è un vezzo: Lucas Pascali, detto Lucas il Greco, è stato in effetti un antenato di Luigi De Pascalis: “Per quanto ne so, poco dopo la caduta di Costantinopoli si trasferì in Salento e da lì finì medico alla corte sabauda, forse dopo esser passato per Cipro”, spiega lo scrittore abruzzese di nascita e romano d’adozione. Il romanzo ha un’architettura complessa: dopo un lungo (forse troppo, sebbene non si possa dire che non sia funzionale alla comprensione profonda degli eventi) preambolo con una fine descrizione del substrato politico e culturale che ha portato alla caduta di Costantinopoli, tutto subisce una brusca accelerata e si viaggia a perdifiato su due binari paralleli: la cronaca militare vera e propria e il racconto dell’amore struggente tra Lucas e Teodora, vero e crudele come solo i grandi amori sanno essere. In queste seconde 200 pagine su 350 De Pascalis è davvero ai suoi massimi: commosso, ispirato, stringe una mano attorno al cuore del lettore e non lo molla fino all’ultima pagina, all’ultima parola, all’ultima emozione.



 

 

 

 
 
 
 

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