Notturno salentino

Notturno salentino

Livia aveva deciso di comprare la casa in Salento con il preciso intento di scardinare un po’ di criticità della sua vita: negli ultimi tempi “meteore di tristezza” si erano depositate sulla radice dei suoi capelli, sbiancandola, e sulla sua pelle, ingrigendola. Ma qualcosa non deve essere andato nel verso giusto se ora si ritrova a fissare il cellulare di Antonio Locandido sotto il patio di casa sua. La tentazione è quella di rubarlo, per scherzo, per vendetta, perché quel cellulare è un segnale che Antonio le vuole mandare, un segnale che dice “guarda che qua ci sono io”. “Qua” sono i sei metri quadri della stanza di Cynthia, la tata nigeriana dei bambini di Livia, con cui il trentenne salentino, fabbro tuttofare e tutto testosterone, flirta da qualche giorno. Sarà anche perché Boris, il marito di Livia, è partito per l’ennesimo viaggio di lavoro in Cina, che lei non riesce a distogliere la mente dal pensiero ossessivo dei due ragazzi chiusi in camera. Magari se gli porta via il cellulare gli renderà la vita un po’ più difficile, magari per qualche giorno non lo vedrà, a quel bamboccio che si è intrufolato nella sua casa rompendo gli equilibri, portandole via la “sua” ragazza e riportando alla memoria la gravità di un’assenza, quella di “suo” marito. È ora di pranzo, è estate, c’è l’aria azzurra tra le foglie, ci sono i bambini, c’è una festa nella masseria accanto. Livia afferra il cellulare, esce, non può succedere nulla di grave...

È una terra chiara e arsa, una terra illuminata quella in cui Federica De Paolis ha deciso di ambientare il suo Notturno salentino. Un romanzo avvolgente e straordinariamente vivido, che prende tutti e cinque i sensi del lettore e se li porta a spasso per 264 pagine. Nel naso ci infila la polvere alzata dallo sgommare di una macchina in mezzo alla notte, nelle orecchie lo squillo insistente di un cellulare, negli occhi ci mette il colore della notte d’estate, sotto le mani la consistenza di uno shahtoosh e nella bocca il sapore amaro di un sigaro, quello del maresciallo Gravina. Se con il precedente romanzo (Rewind), Federica De Paolis aveva già dimostrato la straordinaria capacità di costruire trame complesse intrecciando piani temporali distanti e luoghi lontanissimi, questa volta l’autrice condensa in un luogo ristretto (il 70% del romanzo si può dire ambientato tra il giardino di una villa e la masseria accanto) e in un tempo altrettanto condensato la “scena” di questo romanzo. Scena in cui a poco a poco entrano i tantissimi personaggi del libro: la famiglia Altieri, Klara la polacca, Bramante e le sue grandi orecchie, Sebastiano, il fratello di Livia, Gravina e il suo appuntato, Violante Darrigo, la giornalista dolente. È un vero e proprio affresco narrativo a prendere forma sotto i nostri occhi. La quarta di copertina parla di “thriller hitchcockiano”: se dovessimo trovare una definizione per questo romanzo, potrebbe essere questa. C’è una figura femminile centrale, uno scandagliamento psicologico molto forte, una tensione costante che ci lega alle gambe di Livia: la seguiamo mentre si siede sul pavimento della sua casa, in mutande e reggiseno, intenta a leggere i diari di sua madre (una famosa psicanalista) nella penombra di un pomeriggio, fumando sigarette e affondando a poco a poco in uno stato di obnubilamento. Mentre la vita accade altrove, Livia viene risucchiata nel suo vortice privato (e suo malgrado pubblico) di paure, fragilità, sospetti. E noi con lei.



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