Nulla resta nell’ombra

Nulla resta nell’ombra
Mark e Sarah sono in Italia per il loro viaggio di nozze. Si trovano in Piemonte, ma la loro meta è Viareggio per un periodo di totale relax, mare e tanto sole. Arrancando su un tornante in mezzo al niente più assoluto e sotto una canicola micidiale la loro macchina si ferma, nel serbatoio nemmeno una goccia di benzina. Mark allora decide di prendere una tanica e di avviarsi a piedi in cerca di un distributore. Sarah resta in attesa. Un’attesa che si protrae per tanto, troppo tempo. Di Mark, dopo ore di attesa, neanche l’ombra. Sarah allora decide di incamminarsi per andargli incontro congetturando su cosa possa essere successo al suo uomo che sembra essersi dissolto nel nulla. Nessuna traccia di lui nel primo paese che incontra, nessuna anche in quello successivo. Dopo una notte insonne, in preda ai più foschi pensieri, si rivolge ai carabinieri, i quali iniziano a tempestarla di domande, insinuano dubbi, scavano nella sua vita privata e portano a galla una verità da lei del tutto ignorata: Mark è stato licenziato in tronco dal suo posto di lavoro e prima di partire ha prelevato tutti i soldi depositati sul suo conto corrente. Ora è Sarah a dover scavare nella vita e nel passato del suo uomo, anche dopo che i carabinieri hanno archiviato il caso per mancanza di prove. Una ricerca che la porta a toccare il fondo dell’abisso, a rischiare la propria vita, a toccare con mano di che materia è fatta la follia del tutto convinta, anche dopo tanto tempo, che Mark non sia morto, ma semplicemente lì, da qualche parte…
Niente resta nell’ombra lascia con il fiato sospeso, difficile metterlo da parte anche solo per bere un bicchiere d’acqua. La Vilshöfer costruisce una trama che parte molto lentamente, ma sa svilupparsi rapidamente per poi decollare in scioltezza senza lasciare scampo al lettore. Tutti i personaggi hanno una personalità forte e spiccata nella loro determinazione, nella loro follia e nel loro inesorabile delirio. Tutti indispensabili all’economia della narrazione, tutti fondamentali per mantenere l’equilibrio tra lucidità e insania. La bravura della Vilshöfer non sta nel costruire colpi di scena inattesi (è tutto un frantumarsi di logiche per approdare ad una logica sempre più ferrea), ma nel galvanizzare una tensione in crescendo, immergendola dentro un’atmosfera opprimente e fosca perfettamente in linea coi retropensieri, le riflessioni, le paure dei protagonisti. Sarah scivola sempre più nel cuneo di una vertigine che frulla la sua determinazione alla disperazione man mano che comprende di essere in pericolo; capisce che niente può rimanere in sospeso quando è invece la sua vita ad essere appesa ad un filo. L’apice ci coglie esausti. Lì, al vertice della tensione, con un finale niente affatto scontato, si approda a capo della vicenda quando diventa chiaro il monito che permea tutto il libro: non possono esserci segreti tanto grandi e tanto torbidi da non poter essere condivisi almeno con una persona, quella che si ama. L’alternativa, il segreto, l’inconfessato sta nel fondo di un pozzo in una melma mefitica, o in una mente malata e perversa. 

 

 

 

 
 
 
 
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