Numero zero

Numero zero
Milano, 1992. “Mi faccia capire. Se dà sei milioni a me chissà quanti ne prende lei, mi scusi, e poi ci saranno gli altri redattori, e le spese di produzione e stampa e distribuzione, e mi dice che qualcuno, un editore, suppongo, è disposto a pagare per un anno questo esperimento per poi non farne nulla?”. È sicuramente la proposta più strana (e ben retribuita) che mi sia capitata dopo anni da scribacchino e ghost writer fallito. Rifiutare sarebbe un vero e proprio delitto ma perché dovrei scrivere un  libro su un anno di lavoro di una redazione di un giornale che molto probabilmente non uscirà mai? I modi di questo Simei, un uomo dal volto fin troppo comune, sono sbrigativi ma enigmatici, tuttavia mi convinco. Come detto è senza ombra di dubbio la proposta più allettante che mi sia stata fatta in quarant’anni di vita…
Umberto Eco è narratore di passati più o meno recenti, accurato (ri)scopritore di passaggi oscuri e avvolgente intrattenitore con un’inclinazione naturale per il mistero e l’eleganza stilistica. Numero zero racconta di un passato recente ma non per questo meno torbido rispetto al medioevo claustrale de Il nome della rosa o alla labirintica cornice risorgimentale de Il cimitero di Praga. Ambientato nella Milano dei primi anni ’90, è la storia di un giornale di disinformazione che si trova, grazie a Bragaddocio, redattore paranoico e affascinato dai complotti, a scoperchiare un vaso di Pandora dentro il quale ardono ancora i fuochi delle stragi senza nome degli anni di piombo e bruciano legami e collusioni pericolose tra le istituzioni e non meglio identificati poteri paralleli. L’autore tuttavia non punta esclusivamente a coinvolgere il lettore in una palude di intrighi e a fornire una denuncia letteraria e beffarda nei confronti del marasma che investiva la politica italiana in quegli anni, ma pone soprattutto l’accento sulla genesi dell’informazione e sulla costruzione a tavolino della disinformazione. Il numero zero del giornale al quale la redazione sta lavorando altro non è che un’arma per alimentare la macchina del fango e per favorire il ruolo intimidatorio e ricattatorio di un editore senza scrupoli. Un’ultima, amara annotazione riguarda il “comune senso dell’intrallazzo”: se nella Prima Repubblica farsi cogliere con le mani nel sacco era ancora fonte di scandalo e legittimava l’insabbiamento ad ogni costo, oggi i traffici, per citare Eco, emergono  en plein air e le persone per bene continueranno a votare dei furfanti perché saranno anestetizzati da un’informazione grossolana, trash e in malafede. E se l’autore piemontese si è rinfrescato le idee su Wikipedia per la descrizione di alcuni passaggi storici, come sostengono alcuni, ciò non intacca minimamente la qualità di quest’opera.

 

 

 
 
 
 
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