O Sangue amare – Le stagioni dell’anima

O Sangue amare – Le stagioni dell’anima
“Fusce, fusce, chedd nonn je scole” (Fuggi, fuggi, quella non è scuola). Scuola Media S. Nicola. Nel borgo antico di Bari. Zona malfamata e anticamera dell’inferno. Inferno vero e proprio. Ci sono Gina, Nardino, Nico, Luigi e tutti i visi, le storie, le anime che, seppure per breve tempo, hanno abitato le aule di scuola, le stanze dell’anima di chi li ha seguiti con quella passione che non ti permette di fuggire, nonostante le parole che feriscono come lame. “Non darti pena per noi ssorè tanto se mai dovesse arrivare il momento e dovesse essere necessario ucciderti lo farò, lo faremo”. Vite spezzate, sogni di bambini che devono fare i conti (troppo presto) con le esigenze dei grandi. Destini segnati: “Professoressa, io non potrò mai diventare come vorrebbe lei, io sono condannato, mi piacerebbe dire NO, ma non posso”. E poi c’è la speranza e la passione, quella determinazione (incoscienza?) a non mollare che solo alcuni docenti e alcuni educatori hanno. Gli altri mollano. Presto. Fusce, fusce, chedd nonn je scole…E poi ancora il teatro, il cinema, la creatività, nuovi linguaggi. Saranno sufficienti la passione e la fantasia a salvare queste anime che sembrano segnate? Quanti di loro andranno comunque persi?...
Tra le pagine del romanzo, che prende spunto da storie vere, storie di cronaca e di vita vissuta sulla pelle dei ragazzi che ne sono protagonisti, arde il “sacro fuoco” che ha portato Adele Dentice a raccontare la sua esperienza, estrema, in una scuola che tutti avrebbero voluto scomparisse insieme ai suoi “abitanti”. La fatica di un ruolo, quello dell’insegnante (già difficile in sé), impregna ogni pagina; a far da contraltare c’è quello sguardo dolce di chi non giudica ma accoglie. Nonostante tutto, nonostante tutti. Il testo infila una storia dietro l’altra, disegnando squarci di vita, gesti, sguardi. Ma soprattutto emozioni. Lo stile è diretto e a tratti evocativo, con passaggi in gergo, che si mescolano in un’armonia mai distonica. Anzi, coinvolgente. Coinvolge il racconto di vite perse, il contesto che non lascia speranza, la passione di chi non si arrende. Ma soprattutto i ragazzi, che rimangono in chi li legge e colpiscono dritto nella pancia, attraverso parole e gesti antichi, quella purezza nascosta sotto strati di crudeltà e sofferenza. Paura e solitudine. La scuola diventa, così, una goccia di speranza in un mare di disperazione. E quello che resta è una grande amarezza. La consapevolezza di non poter cambiare il mondo, quel mondo. Resta una sola certezza: ci si salva se si impara a dire NO. Si impara a dire no solo con la capacità critica, quella che si impara a scuola. Il testo va “masticato”, rimuginato per andare oltre il magone che lascia la lettura. Ogni storia brucia, è intrisa di umanità, di relazioni. Sullo sfondo, gli uomini nebbia. Presenti ma inconsistenti, crudeli ed egoisti, che tramano nascondendo il resto. Quagli adulti che dovrebbero essere esempio. Adulti che dovrebbero essere testimoni. Adulti che dovrebbero accompagnare e aiutare a crescere i loro piccoli. Dovrebbero.

 

 

 

 
 
 
 
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