Occhi di cane azzurro

Occhi di cane azzurro

Un morto vivo, ecco cosa era. Sin dalla nascita i dottori dissero questo alla madre: “Signora, il suo ragazzo ha una malattia grave: è morto. Comunque, faremo tutto il possibile per conservargli la vita oltre la morte”. Così la madre si era prodigata a stringergli ben bene il fazzoletto intorno al volto per non fargli cadere la mascella e aprirsi la bocca; i falegnami, man mano che cresceva - crescita sempre monitorata dalla genitrice, metro alla mano - gli costruivano bare sempre più lunghe. Un morto vivo si sa che è vivo fino a che non puzza, ma quando la cadaverina comincia a spandere il suo olezzo anche il morto - o “l’impercettibilmente vivo” - inizia a capire che da quel punto in poi non c’è più resurrezione… Mentre uno dei gemelli muore divorato da un tumore, l’altro assiste impotente alla trasfigurazione operata dalla morte. Il gemello non è più così tanto tale e ancora meno lo sarà mangiato dai vermi e dall’umidità sotto la terra. Ma c’è un momento, una finestra, quando il becchino va a comporre la salma e sbarbare il viso del morto, in cui i due fratelli tornano perfettamente identici, in cui la sovrapposizione è così forte e le identità indistinguibili che al fratello vivo pare quasi che la morte lo lambisca col suo puzzo e i “polipetti azzurri” che lo divorano tutto… L’uomo al mattino ha i minuti contati. Prepararsi. Uscire. Da Maribel lo aspetta la colazione a base di funghi trifolati. Si guarda allo specchio e scopre un nuovo sé, che fa movimenti identici ai suoi, ma invertiti. Anche l’atto di radersi è uguale: il rasoio che scende lungo la guancia a segnare un solco in mezzo alla schiuma. Un taglio impercettibile, il sangue che sgorga. Dalla figura riflessa… I due si incontrano solo attraverso una frase: occhi di cane azzurro. Un codice che li fa riconoscere tra la folla senza vedersi, senza conoscersi. Lei lo dice a tutti, lo scrive ovunque nella speranza di trovarlo, di incrociarlo. Occhi di cane azzurro. Quando si incontrano si danno le spalle per non guardarsi perché altrimenti sarebbe tutto finito, tutto sciupato: il tempo passato a cercarsi ed anche il trovarsi. Come in un sogno…

Prima che diventasse il “Gabo” universalmente conosciuto per lo stile inconfondibile dei suoi romanzi, Gabriel García Márquez è stato un ragazzo la cui unica certezza era non guadagnarsi un soldo se non scrivendo. Ha cominciato da giovanissimo a mettere in pratica questo che sarebbe stato il suo mantra per la vita e Occhi di cane azzurro è una delle sue primissime manifestazioni letterarie, ancora acerbe, ma che già indicano timidamente quale sarebbe stata la via. Si nota subito, infatti, una forma ancora trattenuta di narrazione, se non totalmente formale, tuttavia ancora lontana dalla maturità. Nel costante esercizio di rifiuto della realtà sostituita con un mondo fittizio che la rappresenti, Cesare Acutis, nell’introduzione all’edizione italiana del 1990, parla di questi racconti come la “preistoria di questo rifiuto”. Ed infatti , se da un lato rintracciamo in nuce tantissimi spunti che ritroveremo nei suoi romanzi più celebri, dall’altro qui c’è anche poco della realtà convenzionalmente riconosciuta. Piuttosto, un paradigma fantastico che spesso sconfina in un gotico molto soft dà la cifra di storie che rincorrono spesso la morte concreta o metaforica che sia, patente o celata dietro qualche preveggenza, dietro qualche sogno, dietro qualche “magarìa”. Il sortilegio della fantasia genera travagli mentali geometrici come le interpretazioni dei sogni che in qualche modo cercano una rispondenza nella vita quotidiana o in una vita passata o in una vita futura. In ogni modo una rispondenza che suggerisca un abbozzo di realtà. Ecco, se c’è un modo per leggere Occhi di cane azzurro - confusamente visionario, timidamente magico, già popolato da personaggi moderatamente allucinati e allucinanti - è proprio questo: come fosse un almanacco, un libro dei sogni.



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