Ogni spazio felice

Ogni spazio felice

Ada beve, beve troppo, una mano sempre sulla bottiglia di bianco. Che ne è dell’insegnante battagliera che guidava giovani menti? Impossibile riconoscerla dietro la perenne coltre di fumo, i conati di vomito, l’irascibilità. Ma quando è successo che Ada sia diventata così? In un giorno, un mattino, all’improvviso? O è piuttosto un processo lungo, progressivo, di cui Amedeo è stato spettatore e complice? Perché è questo che si chiede, vigile urbano in pensione, alle prese col proprio senso di utilità e con un momento di revisionismo esistenziale. Succede l’inatteso: Sonia, la figlia, in una poco allegra cena di famiglia annuncia di essere incinta. Il padre del bambino, sparito. Un bel problema per Amedeo, che sente sulle spalle la responsabilità di padre e nonno in un colpo solo, incalzato dalla livorosa moglie che reclama la presenza di un uomo accanto alla figlia. Eccolo dunque, Amedeo, quasi 65 anni, ancora un anno alla conclamata soglia della terza età, percorrere Milano in lungo e in largo alla ricerca del genero mancato. Gli incontri, sul suo cammino, sono quelli di sempre, la pettegola del condominio, il rivenditore di alimentari all’angolo. Poi una gradita sorpresa, sconvolgente a suo modo: l’appartamento sfitto al piano di sopra si popola, una donna bella e profumata si presenta alla porta e accetta la sua timida amicizia. Ci sono problemi più importanti, però, di questa infatuazione senile: Sonia, il bambino, Ada che sprofonda nel suo baratro…

Una storia bella, romantica e drammatica al tempo stesso. Un tema coraggioso, la vecchiaia, col suo carico di bilanci, frustrazioni, malinconie. Quell’ipocrisia diffusa che ci fa dire che quando si va in pensione c’è tempo per sé stessi. Un rapporto di coppia potentissimo, quando l’amore diventa complicità, quando alla fine ci assomiglia proprio nel momento in cui i difetti dell’altro sembrano più insopportabili. Una favola triste, con una famiglia che esce in pezzi dalla tragedia che l’ha colpita, finendo per trovare nella tristezza stessa, nel senso di fallimento il collante su cui ricostruire. Tutto intorno, la Milano più periferica, sideralmente lontana dalle cotonate prime teatrali o dalla movida dei Navigli. Piuttosto, la città delle persone qualsiasi, che vivono vite qualsiasi tra la fermata del metrò e il baretto di cinesi all’angolo. Eppure, al di là del finale che allarga il cuore, c’è anche questo: l’umiltà, il rispetto, perché dietro al marito che foraggia il vizio della moglie, dietro una facile e superficiale disapprovazione, si nascono vite che non sono affatto qualsiasi. Un inno all’unicità dell’uomo, alla potenza dei sentimenti e alla forza della vita che, un po’ cinicamente, trionfa sempre. Una lettura che ci ricorda, con la semplicità di Amedeo, senza sproloqui o paroloni, che visti da dentro siamo tutti uguali.



 

 

 
 
 
 

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