Ognuno potrebbe

Ognuno potrebbe

Non sopporta gli omologati che passano ore a parlare con l’egòfono (la sua traduzione letterale di iPhone). Non sopporta quelli che non perdono occasione per farsi un selfie, che tra l’altro è un vecchio termine gergale con cui gli adolescenti americani prima indicavano un momento di autoerotismo spiccio. Non sopporta il suo lavoro di antropologo ricercatore, che consiste nello studiare l’esultanza dei calciatori per settecento euro al mese. Non sopporta le rotonde che continuano a moltiplicarsi a Capannonia, e neanche la voce femminile del suo navigatore. Eccolo qua Giulio. Ha quasi trentasei anni ed è un ragazzo invecchiato senza arte né parte, che vive ancora con la madre e con la sua professoressa di lettere del liceo, affittuaria di un appartamento nella loro casa. Sarà che è “nato tardi”, da genitori troppo attempati, e la distanza anagrafica lo ha reso anacronistico, spaesato nel mondo e soprattutto fra gli esseri umani, tutti troppo presi da sé, tutti troppo ingombranti. Certo che se ognuno facesse un passo indietro, se dicesse una parola di meno, per darsi un po’ di spazio e darne anche a chi gli sta intorno...

“Se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse potremmo capire”, concludeva Federico Fellini ne La voce della luna. Era il 1990 e anche lì ci si aggirava nella Pianura Padana dove sorge Capannonia. A questo desiderio di silenzio, al bisogno di ridimensionare i gesti e i modi dell’ordinaria bruttezza quotidiana, si riallaccia il Giulio di Michele Serra. Il suo problema non è tanto quello generazionale - far parte della schiera di eterni giovani figli degli anni Ottanta, senza posto fisso, senza illusioni. È piuttosto l’assistere impotente al vuoto di senso riempito di gesti, oggetti e comportamenti magari innocui o utili in sé, ma che nel loro (ab)uso scomposto producono un’invadenza soverchiante. La sua incapacità di scuotersi dall’immobilismo è sottolineata da una narrazione in prima persona rigorosamente al presente, come se non esistesse una possibilità di avvenire. A discolpa di Giulio c’è il fatto che è un uomo. Ossia appartiene al sesso maschile, più incline a crogiolarsi nell’inerzia insoddisfatta, imbozzolandosi in pensieri di caustico scontento. C’è comunque una flebile speranza anche nel suo orizzonte mentale: “ognuno potrebbe fare molto meglio” e il condizionale non esclude l’eventualità che il meglio accada. Nell’inserto culturale di un noto quotidiano qualcuno ha liquidato Ognuno potrebbe parafrasandone il titolo in “Ognuno potrebbe fare molto meglio i libri”. L’uscita è banalotta e malmostosa. Perché il romanzo di Serra è calzante e arguto, malinconico e divertente. E oltre che con piacevolezza è scritto col Cuore (l’allusione allo storico settimanale fondato e diretto dal suo autore è marginale).



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