Oh, che splendore la mia vita

Pat Montandon, la Mamma (un mix tra la Gloria Swanson di Viale del tramonto, l’atomica Marilyn e la luciferina Crawford di Mammina cara), di professione fa la scrittrice e negli anni Settanta tiene nel proprio appartamento un pittoresco salotto culturale nel quale Joan Baez e la boccoluta Shirley Temple si mescolano a poetesse lesbiche e Pantere Nere. Al Wilsey, il Papà, è un businessman ricco sfondato che viaggia in elicottero e ricorre a “Playboy” per iniziare ai misteri del sesso il figlio Sean. Per il loro terzetto la vita scorre serena e inebriante fino a quando il divorzio di Pat e Al non spazza via d’un colpo la travolgente felicità che li aveva circonfusi fino ad allora. Sean dovrà fare i conti con un periodo piuttosto tumultuoso, tra espulsioni da scuola, una matrigna degna di quella di Cenerentola (ma anche sexy al punto da suscitare qualche pensierino osé), un padre sempre più lontano e deluso dai suoi fallimenti, una madre arrogante e immatura, ma anche terribilmente speciale. Riuscirà Sean a rincollare i pezzi e a riaccendere la fiamma della felicità?
Oh, che splendore questo romanzo, eggersiana opera prima di Sean Wilsey (classe 1970), impegnato qui in un memoir che dovrebbe esser letto preventivamente da chiunque pensi che la propria esistenza sia sufficientemente speciale da esser messa nero su bianco e stampata a larga tiratura. Nove volte su dieci, inevitabilmente, il risultato è una sbrodolatura autobiografica insopportabile. E poi c’è l’eccezione, come questa. Che è anche la dimostrazione di come il segreto per affrontare indenni la prova dell’autobiografismo sia dare un senso più ampio al proprio vissuto facendolo “reagire” con un ingrediente indispensabile: lo stile. E quello di Sean Wilsey è interessante, onnivoro (sono diversi gli inserti di altri generi, non solo letterari: dai fumetti ai testamenti alle lettere ecc.), mai banale, e riesce a catturare il lettore senza sforzo, soprattutto senza mai fargli provare la sensazione che ne sia autore un odiosissimo egocentrico. Una vera delizia.

 

 

 
 
 
 
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