Olive, ancora lei

Olive, ancora lei
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Marlene Bonney ha organizzato una festa per il nascituro della figlia e Olive Kitteridge è stata invitata, ma ha deciso di non posteggiare l’auto dietro le altre, in fila sullo sterrato, per paura di non riuscire più ad uscire nel caso qualcuno parcheggi il proprio veicolo dietro al suo. Quindi ha parcheggiato direttamente sul prato, davanti a casa. E per fortuna, perché una tale Ashley, incinta all’ultimo stadio e seduta accanto a lei, è improvvisamente uscita dal salotto; Olive ha capito subito e l’ha seguita. Ha trovato la ragazza in cucina, piegata sul lavandino, in travaglio. E così Olive ha fatto nascere il bambino di Ashley, sul sedile posteriore della sua auto, in attesa dei soccorsi. Quella festa, tra l’altro, è stata davvero stupida, ripensa Olive più tardi, seduta nel salotto di casa sua, guardando il mare. Il grosso orologio di Henry - che la donna indossa da quando il defunto marito è stato colpito dall’ictus che poi lo avrebbe condotto alla morte, quattro anni prima - segna le quattro e Olive decide di andare nel negozio di Libby a comperare un involtino all’aragosta. Poi prosegue fino al Capo e, restando seduta in auto, mangia l’involtino guardando Halfway Rock e pensando a Jack Kennison, quel pallone gonfiato pieno di soldi che ha frequentato per un po’ la scorsa primavera. Jack le è piaciuto per un po’ ed una volta si è addirittura coricata a letto con lui e le ha fatto piacere sentirgli il cuore battere mentre la sua testa era appoggiata al petto dell’uomo. Poi però è arrivata la paura e Olive non ama avere paura. Nel frattempo, anche Jack sta pensando ad Olive Kitteridge, quella strana donna alta e grossa che gli è sempre piaciuta molto, perché ha una sincerità in sé che è qualcosa di speciale. Sono stati a cena insieme più di una volta e lui l’ha anche baciata sulla bocca. Poi però, dopo che lei si è coricata nel suo letto e lui ha sentito una gran pace, si sono persi di vista. Forse è andata a New York a trovare il figlio, con cui non ha un rapporto idilliaco, che pare stia per avere un altro bambino a giorni. In ogni caso le manca ed ha voglia di vederla…

Sembrava che Elizabeth Strout avesse lasciato lì, dimenticata in un angolo, Olive Kitteridge – la protagonista del romanzo omonimo premio Pulitzer 2009 - mentre si dedicava ad altri romanzi e ad altri personaggi. Ed invece, dopo molti anni, eccola tornata, scorbutica, tremenda ed unica come sempre, con il solito sguardo burbero e l’aspetto ingombrante. È tornata ed era mancata molto. Sì, perché Olive, insegnante di matematica in pensione, è una che non le manda certo a dire e, anche se la ritroviamo ultrasettantenne, vecchia, piena di acciacchi e con l’anima indolenzita, continua ad essere schietta, sconveniente e lunatica, forse solo un po’ più matura e disincantata, perché le solide certezze ad una certa età non sono più così solide e non resta più troppo tempo per rimediare. E con Olive tornano anche, in alcuni racconti, I fratelli Burgess, dell’omonimo romanzo del 2013, insieme ad Amy e Isabelle, protagoniste dell’esordio letterario della Strout nel 1998. Tredici racconti brevi, indipendenti ma allo stesso tempo correlati tra loro come tasselli di un puzzle, nuovamente dispiegati nella forma di “romanzo in racconti”, in cui la comunità di Crosby - cittadina immaginaria sulla costa del Maine che diventa punto di raccordo di una narrazione lenta ed intensa - si anima ed è spettatrice e protagonista di conflitti, contraddizioni, relazioni difficili e complicate tra uomini e donne assolutamente autentici nelle loro imperfezioni. E Olive, “vecchia ciabatta” impicciona ed irascibile, partecipa alla vita delle persone e, allo stesso tempo, riesce a scavare dentro di sé e a mostrare la sua natura più profonda, quella di donna umanissima ed imperfetta, capace di comprendere il dolore, di riconoscere e accettare la difficoltà del ruolo di genitore, il bisogno di vivere la malattia non come colpa, la paura della vecchiaia ed il timore della solitudine, le difficoltà insite in ogni relazione, i silenzi, i dubbi, le zone d’ombra dell’animo umano, e, perché no, anche un diverso scampolo di esistenza reso meno difficile da un nuovo amore più maturo e più tollerante. Attraverso la figura di Olive, la Strout - maestra nell’attribuire il giusto significato a ciò che in genere sfugge all’occhio umano, troppo superficiale e distratto - parla, pur senza esprimere alcun giudizio, di vita, di interrogativi e di fragilità, di gesti insignificanti che diventano assolutamente unici per chi li vive in prima persona; ogni storia si carica di tristezza agrodolce e di meraviglia, diventa straordinaria e si illumina di poesia; la vita raccontata non smette mai di sorprendere e regala speranza, brevi momenti di condivisione ed attimi di pura gioia. C’è tanta luce tra le pagine dei racconti - la incredibile e meravigliosa luce di febbraio - e l’amore, necessario o disilluso, è sempre lì, miracoloso, a fare da collante. Grazie Olive, per esserti conservata così affine alle persone comuni, per essere rimasta uguale in un mondo in cui tutto è in continua evoluzione e cambia senza sosta. Grazie per essere tornata ed aver deciso di raccontare ancora di bellezza e speranza, in maniera perfetta, come sempre.



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