Oltre il vasto oceano

Beatrice Monroy - Bambina, come la chiamano in casa - appartiene ad una famiglia molto particolare. Suo padre è Alberto Monroy, scienziato, fondatore del Laboratorio di embriologia molecolare del CNR e direttore della Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli, un vero e proprio homo novus rispetto ai suoi antenati, principi addirittura, poco adusi a qual si voglia mestiere. Siamo negli anni sessanta. Bambina viaggia spesso, con i genitori, tra Italia, India, Israele e soprattutto in America, presso il Marine Biological Laboratory di Woods Hole, nel Massachusetts. Quando non è all’estero vive tra Palermo, tra la casa dei suoi e quella della nonna a Caltavuturo. Per via dei viaggi del padre, Bambina non può frequentare neppure una scuola normale (ne dovrebbe cambiare troppe) e la sua istruzione è affidata ad un insegnante privato ed una fraülein austriaca. Un’infanzia ed un’adolescenza singolari, al fianco di un papà così importante, tra politica e celebrità, da Luchino Visconti alla Morante, passando per Rita Levi Montalcini e Dulbecco. Poi ci sono gli antenati! La sua famiglia è nobile e di storie del passato ce ne sono tante. Si parte dal 1519, quando Herman Cortés “figlio cadetto della famiglia Monroy, dell’omonimo paese dell’Estremadura, piume in testa e una grande croce sul petto, va alla conquista del Messico”, si prosegue nel 1647, quando Don Ferdinando Monroy e Zuniga arriva in Sicilia e prende in moglie Francesca Maria Perollo, diventando signore di Pandolfina e dando inizio al lignaggio siciliano della famiglia Monroy...
Due piccoli accenni alle tante storie che compongono questo libro, due salti temporali per entrare subito nella sua dinamica: un alternarsi di secoli, di fatti e personaggi che non è semplice da riassumere e questo proprio per la sua natura intrinseca. Non va scambiato per una biografia disordinata, trattasi più di un memoir in cui vengono aperte molte strade da seguire, molti filoni, che cercano, ma non sempre vogliono, ricostruire anni di vita familiare e di storia italiana. Fedelmente o meno. Anzi sarebbe più esatto dire che l’autrice – più che ad una ricostruzione storica esatta - si affida alla tradizione del “cunto” siciliano, ossia del racconto, dove la rievocazione dei fatti è imprescindibile dal flusso della memoria, dalla narrazione orale trasmessa da una generazione all’altra, col rischio stesso che non tutto combaci od abbia un ordine ben preciso. Dunque il suo è un grande gesto, un grande abbraccio verso il proprio retaggio. Apolide e cosmopolita allo stesso tempo, la Monroy è riuscita, però, a mantenere sempre un “luogo del ritorno”, la sua Palermo, la città degli antenati, dove tornare e riscoprire da dove si è partiti. Dove ritrovare il resto della famiglia e le nonne, le donne depositarie del “passato” ed è con loro che ritorna anche quel “cunto” che la Monroy ha trasformato in un libro, lei, l’ultima donna a portarne il ricordo, l’ultima femmina della famiglia che, non potendone trasmettere il cognome, sceglie la scrittura per dar vita ad una memoria per il futuro.

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