Omicidio senza colpa

Milano. Via Lupetta fa angolo con via Torino. A quell’incrocio c’è un ragazzino. Dieci anni, più o meno. Piedi scalzi. Canottiera sporca. Due gambe magre. Un paio di pantaloncini che stanno su grazie a una cordicella stretta in vita. Uno zainetto su cui spicca lo stemma di una squadra di calcio. Andrea Lucchesi lo nota. Ci parla. Il ragazzino gli dice il suo nome, Hamsy. E poi non risponde più. Andrea lo incontra per tre giorni di fila, sempre lì, vicino a un cappellino da baseball. Dentro c’è qualche moneta. Poi più nulla, in quella torrida estate che lo vede riprendere il suo posto di dirigente della sezione omicidi al commissariato di via Fatebenefratelli. E che comincia con la morte di un benestante professore settantenne, un uomo perbene, impiccato in salotto. Suicidio?
Deve diventare un film, o una serie tv. Assolutamente. E infatti il progetto c’è, i diritti sono stati acquistati. Perché è un personaggio troppo riuscito per non fare il salto. Basta che il salto sia fatto bene, che ci siano una buona regia e un interprete che sappia vivificare e far uscire dalla bidimensionalità della pagina il paladino degli ultimi (e non si vuol essere retorici, assolutamente) Andrea Lucchesi, com’è stato ed è Zingaretti per Montalbano. Gianni Simoni scrive un giallo eccellente, classico e al tempo stesso nuovo, con un intreccio coinvolgente e variegato, e inventa un protagonista che porta sulla propria pelle le ingiustizie che combatte. Perché Andrea li conosce gli sguardi carichi di insensato disprezzo, sin dall’infanzia: perché qualche imbecille lo trova troppo abbronzato per essere italiano.

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