Oneiron

La diciassettenne austriaca Ulrike si sveglia da una specie di sogno confuso e pieno di simboli. Si trova in un luogo che non riconosce, uno spazio spoglio e vuoto che si estende a perdita d’occhio. Pareti, non se ne vedono. Il pavimento non è morbido ma neanche duro, né freddo né caldo, sembra fatto di una plastica che cede alla pressione come fa la neve quando ci cammini sopra. D’un tratto si fanno avanti sei figure: sono sei donne, per la precisione, guidate da una anoressica di mezza età con una gigantesca nuvola di ricci castani. Dietro di lei una mulatta robusta e tettona, una biondina incinta, una matrona in sovrappeso col trucco sbavato e una pelliccia di zibellino, una stangona castana con i capelli afro, una donnetta calva e rinsecchita con un pigiama da ospedale. Le donne raggiungono Ulrike, la circondano in silenzio, si inginocchiano attorno a lei, la spogliano e la tengono ferma. La anoressica le strappa le mutandine, infila la testa tra le cosce di Ulrike e comincia a leccarla con una lingua fredda e morbida. La ragazza austriaca resiste solo un attimo, poi si abbandona al piacere crescente e dopo pochi minuti prova un orgasmo squassante. Le donne mollano la presa su di lei. Fissano il suo sudore, la sua espressione perplessa. Parlottano in modo concitato, in quattro lingue diverse. La tempestano di domande, vogliono sapere come si chiama e da dove viene. Ulrike lo spiega, in un inglese stentato. È sconvolta per quello che le hanno fatto, anche se è stato piacevole, anzi forse proprio per questo. Mai nessuno le ha fatto provare un piacere simile, neppure il suo ragazzo. Ma Ulrike va comunque su tutte le furie, questa strana situazione in cui l’hanno coinvolta non la capisce e la insospettisce. Si sente una stupida, un’idiota totale. L’anoressica ha visto questo smarrimento già altre volte. Altre cinque volte, per l’esattezza. Lei è stata la prima ad arrivare in quel luogo e ha sottoposto ogni nuova venuta al medesimo trattamento. Prima da sola e poi in compagnia di ogni nuova compagna d’avventura ha cercato mille spiegazioni logiche alla sua, alla loro presenza lì, ha fatto mille ipotesi sulla natura di quel luogo. Ma ormai la maggioranza delle donne è convinta di aver capito. Sono tutte morte e quello è l’aldilà…

Nina, Ulrike, Polina, Shlomith, Rosa Imaculada, Wlbgis e Maimuna: sette donne, sette storie. Sette traiettorie di vita molto diverse, ma che per motivi misteriosi nel (o meglio dopo il) finale convergono in questa sorta di teatro bidimensionale. Qui, in un nitore assoluto che elimina ogni elemento distraente, uno spazio bianco e vuoto da riempire, ognuna delle protagoniste potrà raccontarsi, come in un Decameron postmortem. Una polifonia di testimonianze che crea, definisce una comunità: non a caso in occasione del suo discorso al Finlandia Prize 2015 – che si è aggiudicata proprio con Oneiron – l’autrice ha definito questa una storia di solidarietà. Interessante la “Nota di traduzione” di Irene Sorrentino che apre il volume, testimonianza dell’estrema asperità della scrittura di Laura Lindstedt, ricchissima di “anacoluti, inversioni, soggetti non antropomorfi, incisi e parentesi in numero sovrabbondante”. La scrittura che ti aspetti da quello che viene naturale definire un romanzo filosofico: del resto non è stata la stessa autrice a definire, in una recente intervista, un romanzo come “il luogo del pensiero”? Non stupisce quindi trovare in queste pagine persino una dissertazione sulle dottrine di Emanuel Swedenborg o uno speech su Ebraismo e anoressia (!!!), in una commistione di generi e linguaggi che dona ricchezza, originalità e spessore ad Oneiron ma lo rende anche cerebrale e forse un po’ troppo ambizioso.

LEGGI L’INTERVISTA A LAURA LINDSTEDT



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