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Nessuno decide di venire al mondo, sono i nostri genitori a farlo per noi. Ma per Andre Agassi la possibilità di scelta è stata ancora più limitata. Il suo destino, il tennis, era segnato da prima che nascesse. Da quando suo padre aveva deciso che sarebbe diventato il numero uno del mondo. Così ancora in culla, invece dei soliti pupazzi, sopra la testa del piccolo Agassi volteggiano palline da tennis. A sei anni, invece di leggerlo nelle fiabe, combatte tutto il giorno con un vero drago: una macchina lanciapalline appositamente potenziata dal genitore per aumentare la sua velocità di risposta. “Se colpisci 2500 palle al giorno, ne colpirai 17.500 alla settimana e quasi un milione in un anno. Un bambino che colpisce un milione di palle all'anno sarà imbattibile.” È la massima preferita del padre. “Colpisci più forte” il suo unico imperativo. La missione è compiuta: a quindici anni Agassi è il tennista più promettente della sua generazione. Mostri sacri come McEnroe gli pronosticano un futuro radioso. La posizione in classifica migliora di torneo in torneo. Arrivano le sponsorizzazioni. I milioni. Le donne. Ma la felicità non segue il successo. Agassi scopre che “Vincere non cambia niente. Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta”. L’odio nei confronti del tennis, che lo accompagna fin da piccolo, cresce a dismisura, e le persone che gli vogliono bene diventano il suo ossigeno. Il fratello assistente, il migliore amico d’infanzia. Il preparatore atletico Jil: un vicepadre. Ma tutto questo non basta. Agassi, come ogni persona comune, è solo di fronte al dolore. Il fallimento del matrimonio e la conseguente depressione lo spingono verso la droga. Trovato positivo ad un controllo antidoping, mente alla federazione dichiarando di aver preso inavvertitamente la sostanza in questione. Ma non può mentire a sé stesso, i giornali hanno ragione: è un tennista finito. È un uomo finito. A meno che non trovi la forza di ripartire. È Brad, il suo coach, a colpire nel segno. Quello che deve fare è azzerare tutto. Ricominciare dai Challenger, tornei per giocatori di seconda fascia. Così nei campetti di periferia inizia la risalita del tennista e la rinascita dell’uomo. In poco tempo Agassi si ritrova di nuovo a lottare per il titolo. Ed è cresciuto, consapevole. Le sconfitte con Sampras, l’avversario di sempre, non fanno più così male. E le vittorie sembrano la normale conseguenza del mutato stato d’animo. Il tennis, il suo più acerrimo nemico, adesso fa meno paura. Smettere però è impossibile. La sua mente è prigioniera di questo sport, non potrà mai mollare deliberatamente. È il corpo a farlo: il mal di schiena lancinante, le infiltrazioni di cortisone, la sofferenza dopo ogni match. In questo stato è impossibile andare avanti. Dopo venti anni di onorata carriera Agassi appende la racchetta al chiodo e può dedicarsi alla sua famiglia. I suoi adorati figli, che non giocheranno mai a tennis. Stefy Graf, la sua splendida moglie. Libero dal pesante fardello Andre scopre la vita. E forse, per la prima volta, è davvero felice. Gli resta soltanto un ossessione: scrivere questo libro. La sua verità...

La penna del premio Pulitzer J.R. Moehringer (citato per sua richiesta soltanto nell'ampia pagina dei ringraziamenti finali) incontra il cuore di Agassi, ed il libro che ne viene fuori è qualcosa di più di una semplice autobiografia. Un po’ romanzo un po’ cronaca sportiva, un po’ saggio tennistico un po’ analisi psicologica del personaggio, questo libro può far innamorare anche chi non conosce neppure le regole del tennis. Il genere, in particolar modo per quanto riguarda gli sportivi, tende spesso a scadere nell’autocelebrazione. Ma Agassi riesce a parlare di sé senza santificarsi nel bene o giustificarsi nel male. Non risparmia critiche agli avversari, ma nemmeno a se stesso. Non si vergogna a confessare i suoi più imbarazzanti segreti: la posticcia chioma fluente che ha caratterizzato la prima parte della sua carriera, l’escamotage che ha utilizzato per non farsi squalificare dall’antidoping, l’odio per lo sport che l’ha reso ricco e famoso. La sensazione è quella che non racconti tutto questo per scandalizzare e vendere copie, ma perché ne abbia un urgente necessità interiore. Come quasi tutti gli sportivi, il piccolo Andrè non era uno studente modello. L’odio per la scuola era quasi pari a quello del tennis. Ma nelle ultime pagine del libro Agassi fa un’ultima importante confessione: uno dei suoi più grandi rimpianti è quello di aver scoperto la magia dei libri così tardi. Chi scrive quindi non è solo un ex campione, ma anche un novello amante della letteratura. Alla fine della storia Agassi dà quasi l’idea di essere uno che finalmente ha capito qualcosa. Uno che si rende conto di essersi sempre fatto le domande sbagliate. Quasi un illuminato. E la domanda sorge spontanea: è il tennis che lo ha aiutato a comprendere la vita, o la vita lo ha aiutato a comprendere il tennis? Forse sono vere entrambe le affermazioni. Lo sport è una grande palestra di vita, e viceversa. Ma forse il merito della sua consapevolezza è anche della letteratura. Forse senza la passione per i libri Agassi non avrebbe mai intrapreso questo viaggio dentro la sua anima. Forse non avrebbe mai capito alcune versioni di se stesso. Sicuramente noi non avremmo mai avuto la possibilità di leggere questo bellissimo libro.



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