Ora dimmi di te

Ora dimmi di te

“Matilda, mia cara, ti scrivo questa lunga lettera a pochi giorni dal mio novantaduesimo compleanno, mentre tu hai quattro anni e ancora non sai cosa sia l’alfabeto”. È stata una grande emozione per Andrea Camilleri, diversa da quella provata alla nascita delle tre figlie e poi dei quattro nipoti, l’arrivo della pronipotina. Alla gioia, infatti, si è accompagnata questa volta la consapevolezza che “mi sarà negato il piacere di vederti maturare di giorno in giorno, di ascoltare il tuoi primi ragionamenti, dei seguire la crescita del tuo cervello”. È una certezza: “Insomma, mi sarà impossibile parlare e dialogare con te”. Ma c’è una cosa che il vecchio scrittore può fare, quello che sa fare tanto bene, scrivere. “Allora queste righe vogliono essere una povera sostituzione di quel dialogo che mai avverrà tra di noi”. Certo le parleranno di lui, lo farà sua madre Alessandra, “ma preferisco essere io a dirti di me e dei miei tempi con parole mie”. E in questo racconto ci saranno parole che – spera – le possano apparire “remote e inattuali”, parole come nazismo, razzismo, guerra. “Ti scrivo alla cieca, sia in senso letterale sia in senso figurato”, dice il catanonno Andrea a Matilde che gioca sotto la sua scrivania – cosa che è stata assolutamente vietata ai suoi figli che non potevano entrare nel suo studio; invece, che lo abbiano fatto i nipoti prima e Matilde adesso gli dà grande gioia. Alla cieca perché ormai il vecchio scrittore ha perso la vista, ma anche perché “non riesco a immaginarmi quale sarà il mondo fra vent’anni, quello nel quale tu dovrai vivere”. Il racconto comincia da lontano, “Sono nato il 1925 a Porto Empedocle, un piccolo paese nel Sud della Sicilia”…

Il 6 settembre Andrea Camilleri ha compiuto novantatré anni e poche settimane prima ha dato alle stampe questo piccolo memoir sotto forma di lettera destinata, come recita il sottotitolo, alla pronipote Matilda che non ha ancora compiuto quattro anni, commosso dalla consapevolezza che – per una pura e lapalissiana questione anagrafica – lei potrà conoscerlo soltanto attraverso i racconti di altri. Ma può il vecchio “contastorie” – così lui ama definirsi spesso e certo è la definizione che meglio gli assomiglia – rinunciare a raccontare una storia ancora, la storia della sua vita, perché Matilda possa conoscerlo attraverso le sue stesse parole? È il suo modo per beffare il tempo, la realtà ineluttabile e, si può dire, persino la morte. Comincia così a raccontare dall’inizio, da quando era bambino e gli sembrava ingiusto che i compagni delle elementari in inverno arrivassero a scuola in camicia o con le scarpe appese al collo per non consumarle, quando non sopportava lo sguardo invidioso e affamato dei compagni e divideva con loro la merenda. Nato in pieno regime fascista, Camilleri non ha vergogna a dire che partecipava entusiasta alle esercitazioni del sabato e che a dieci anni scrisse a Mussolini perché voleva partire volontario per l’Abissinia, per altro ricevendo con gioia una risposta. Ma non sono soltanto le certezze a far parte di una vita e anzi di più sono i dubbi; per Camilleri i primi riguardarono le leggi razziali che impedirono ad un suo compagno delle elementari di frequentare ancora la scuola con lui. E così via, dall’episodio del calcio al basso ventre ricevuto dal ministro della cultura popolare Alessandro Pavolini all’esaltazione per l’arrivo degli americani, dalle bugie raccontate per tentare di coprire un trimestre di assenze scolastiche all’uovo scagliato contro un crocifisso per essere cacciato dal Collegio vescovile di Agrigento, fino alla consapevolezza del valore della libertà, maturata attraverso episodi di vita ma anche letture preziose. L’amore per il teatro, l’Accademia, la voglia di fare e la riluttanza ad accettare regole imposte, soprattutto se percepite come limitazione della sua libertà di pensiero; gli amori, fino all’incontro con Rosetta Dello Siesto, con la quale continua a cenare ogni sera da sessantun anni. I momenti belli, i successi, ma anche gli errori, le illusioni, le lezioni imparate da un vecchio attore o da un rigido maestro, su tutte l’apertura al confronto, alle idee altrui anche quando diverse; la serena gioia di dirsi fortunato per aver fatto quello che gli è piaciuto, in una vita ricca di soddisfazioni professionali e personali. E poi l’ironia, la capacità di non prendersi mai troppo sul serio, soprattutto diventato più adulto; quando lo scrittore di oltre 1000 libri venduti in circa 20 milioni di copie soltanto in Italia dice di aver sempre tenuto a mente una frase di Montaigne: “Più in alto si sale e più si mostra il culo”. Il racconto personale si inserisce in una cornice storica che si fa affresco, spesso illuminante, della storia d’Italia dal Fascismo ai nostri giorni, una chiave di lettura interessante e piacevole almeno quanto le curiosità riguardanti la vita dello scrittore. Non è la prima volta che Camilleri scrive di sé ma questa volta al tipico humor, alla solita piacevolezza, alla consueta abilità del contastorie si aggiunge la nota tenera di quello che è una specie di messaggio – lasciato trapelare e talvolta esplicitato chiaramente – destinato a Matilda ma anche ai giovani in generale, ovvero che la vita vale sempre la pena di essere vissuta con entusiasmo. E soprattutto quello di non accettare mai passivamente l’eredità della generazione precedente ma sempre esercitando un legittimo e sano dubbio. Se a oltre novant’anni un uomo ribadisce una inestinguibile fiducia nell’uomo – “io credo nell’umanità” – nonostante sia consapevole del mondo che lascia alla sua pronipote, anche per i lettori questo piccolo e godibile divertissement può diventare una cauta iniezione di ottimismo. E sappiamo bene quanto ne abbiamo bisogno.



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