Orbita clandestina

Orbita clandestina
Dario è un professore che sta passando l'età di mezzo nella difficile condizione della malattia: in congedo da lavoro, in attesa di un trapianto, si ritrova intrappolato in una specie di limbo temporale, una bolla dove dare un senso ai giorni diventa difficoltoso. Sì, ci sono i figli a cui pensare – la ragazzina timida e malinconica, il maschio più vicino a lui, più accessibile. E poi c’è il padre anziano da cui andare a pranzo e una costellazione d’amici intorno, da cui ricavare una dose di calore umano che in passato ha saputo bastargli. Ma Dario è solo. La sua solitudine è così profonda d’aver permeato ogni più minuto gesto dell’esistenza: passeggiare per i Lungarni di Firenze, cucinare il pranzo, leggere un libro. Un contatto umano reale, Dario lo cerca nel sesso a pagamento: è così che incontra Gao, clandestina cinese che in patria ha lasciato marito e figlio e che si vende per denaro. Così le orbite di due pianeti diversi si incrociano, nella casualità della scelta su Internet e da lì nella collusione dei corpi. Un incontro che non è fusione ma diventa quasi subito altro: dalla materialità dei gesti condivisi, dalla quotidianità che Dario installa con la sua amante, nasce qualcosa di diverso, un rapporto che è più difficile a dirsi che a vivere, che per il solo fatto d'esistere diventa giusto, diventa l'unica cosa sensata da fare. E mentre Gao impara l'italiano, mentre la malattia di Dario avanza in lui – di pari passo con la paura della morte – mentre si manifestano le difficoltà di voler bene a un'immigrata irregolare, a una prostituta che deve sempre rendere conto a qualcun altro, è proprio il loro rapporto a tenere insieme le fila della realtà, a rendere tutto sopportabile e autentico…
Per cucire insieme i brandelli di vissuto che formano il romanzo, Sergio Nelli utilizza la forma diaristica: una sorta di flusso di coscienza ben calibrato, dove non mancano le digressioni sulla città. La Firenze di Nelli è un luogo che non t'aspetti, è la memoria dolce delle colline verso Pozzolatico, è la periferia sempre identica a se stessa: brutta sì, ma viva. Il confine dell'abisso in cui ci conduce il libro è qualcosa che ognuno di noi ha dentro di sé: è la consapevolezza d'essere soli che ci coglie di ritorno da una serata in compagnia, è il senso di vuoto dei pomeriggi troppo caldi d'estate. Percorrendo insieme a Dario le strade dei suoi ricordi, ritroviamo nella sua infanzia a Viareggio, negli spaccati della sua storia d'adulto, una necessità che conosciamo bene: di muoversi, di possedere e appartenere a qualcuno o qualcosa, di arginare l'angoscia prendendo decisioni, amando, costruendo.

 

 

 

 
 
 
 
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