Orecchiette christmas stori

Orecchiette christmas stori

È la notte della vigilia di Natale, a Bari. A casa Lomunno fervono i preparativi per il cenone. La moglie incinta è ai fornelli in tuta e ciabatte a fare un padellone di scampi, la suocera prepara gli antipasti, il suocero è in veranda a spennellare il capitone sul barbecue, la figlia dodicenne è chiusa nella sua cameretta rosa a fare chissà quale cazzata, il figlio piccolo è in braccio a lui a piagnucolare: e Vincenzo ha nel cuore un’ansia che lo divora. E non è perché sono in arrivo direttamente from Calabria suo cognato e la moglie “con stuolo di quattro creature lobotomizzate” e sorella zitella da piazzare al seguito, no. C’è qualcos’altro. Vincenzo aspetta fremendo una telefonata. Si è messo d’accordo col collega Ametrano per simulare un cambio di turno al lavoro e smarcarsi dal cenone in famiglia per passare almeno la prima parte della serata a casa di Desy, una puttanona nera cubana specializzata in sadomaso. Mentre aspetta la telefonata bestemmiando fra sé e sé, sbircia le tette di Antonella Clerici sul plasma gigante comprato con quattro anni di rate. “Quanto cazzo ci mette ‘sto cornuto?”. Poi, finalmente, il telefono squilla. Ora sta a lui recitare bene la parte…

In una Bari fracassona e violenta i destini di un gruppo di misfits si incrociano nella loro grottesca drammaticità. Uno spacciatore brutto sporco e cattivo, il suo giovane galoppino gay non dichiarato, due ragazze il cui concetto di divertimento coincide collo smignotteggiare a destra e manca, spezzare cuori di sfigati e pippare tutto quello che capita a portata di naso e il personale di una sala Bingo del centro affollata di grasse matrone e ragazzini mocciolosi. Ecco la variopinta umanità del breve romanzo di Raffaello Ferrante, che sfrutta le sue esperienze personali (ha lavorato in una sala Bingo barese di periferia) per regalarci una galleria di storie e maschere meno caricaturale di quanto potrebbe sembrare. Una ventina d’anni fa un romanzo del genere sarebbe stato definito “cannibale”: il grottesco, il degrado, il linguaggio pop, le tante sottotrame che convergono inconsapevoli verso il finale. I cannibali sono tornati. E parlano come Cassano.



 

 

 

 
 
 
 

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