Orfani bianchi

Orfani bianchi

Mirta vive in Italia da qualche tempo, quello misurabile in signore alle quali fa da badante. Le sue erano un paio, ora è arrivata Olivia e poi Eleonora, molto anziana, malata, smemorata e dispotica come da manual: eppure un filo di pietà e solitudine le unisce. Di giorno in giorno prepara pranzi e cene, somministra medicine e si sobbarca le ingiustificate invettive che le rivolge gratuitamente la vecchia. Lo fa per Ilie, il suo bambino, ormai un ragazzo che vive con la madre di lei, che nonostante l'età e la stanchezza se ne prende cura. Sulle loro vite la tiene informata padre Boris, il parroco del paese d’origine, attraverso periodiche mail. Lui è il tramite che mette la ragazza moldava a parte di necessità materiali: una nuova stufa, medicine difficili da rimediare e insieme le concede momenti di sfogo per una vita grama, fatta di espedienti e di ricerca di dialogo con il figlio per il quale tutti i sacrifici si giustificano e che le viene negato proprio da lui, che dall’amore per la madre non riesce a staccare anche una buona parte di rancore. Mirta, trent’anni solo sulla carta, salta di lavoro in lavoro, altalenando tra delusioni e dispiaceri cercando di inventarsi un filo logico per l’esperienza sgangherata che ha intrapreso partendo per il Paese delle finte opportunità…

Arriva come un fulmine a ciel sereno questo strano racconto impietoso di Antonio Manzini, che lascia la Aosta dei casi da risolvere di Rocco Schiavone e affronta il racconto documentaristico e fotografico di un caso di quelli che si risolvono da sé. Un caso piccolo piccolo, perché ha come protagonisti la folla dei nuovi emarginati, quelli che capillarmente popolano la società italiana, ma tanto sottopelle da fluire senza attirare l’attenzione. Una storia enorme, allo stesso tempo, che è l’archetipo di ogni epopea, la vicenda fondante della grande tragedia umana. L’inadeguatezza, la perdita dell’identità, personale e sociale. Quello che era il cardine nella produzione romanzesca dei classici, ora non è che una nota a margine. Una sottotrama che si merita come epilogo null’altro che uno squallido verbale di commissariato di quartiere. Parallelamente alla sua arciaffermata produzione di gialli editi da Sellerio, Antonio Manzini apre con Orfani bianchi tutto un altro capitolo del suo lavoro. Se la prosa è riconoscibile, asciutta, quasi neutra con punte di sarcasmo amaro, la percezione di quello stesso modo di scrivere muta drasticamente quando il giallo da serie diventa un noir realistico che nella sua asetticità, nella pulizia neorealista non nasconde una carica di spietata critica sociale.



 

 

 

 
 
 
 

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