Orfanzia

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Il piatto in tavola rimane quasi sempre pieno. A colazione, pranzo e cena il bambino non mangia e se mangia corre a vomitare tutto in bagno, in giardino, nelle scatole stipate sull’armadio in camera da letto. Il pediatra ha detto che il bambino non vuole diventare grande, che bisogna trattarlo male, farlo reagire, che l’infanzia è come un sonno e che prima o poi deciderà di svegliarsi. Ha otto anni il bambino e pesa venti chili, tutto ossa, il viso smunto, i capelli lunghi che lo fanno assomigliare ad una femmina. Vive con due cani in casa, Otto e Ringo, il pediatra ha detto che i cani possono aiutare ma non è questo il caso. Nulla aiuta, né le attenzioni ossessive della madre casalinga e sovrappeso, né i modi rudi del padre avvocato, tutto lavoro e disaffezione per quel figlio così poco corrispondente alle sue aspettative. Non ha amici il bambino, a scuola i suoi compagni lo trattano come una specie di demente da sbeffeggiare, lui che si stanca dopo una corsa dietro ad un pallone, lui che non parla e alle interrogazioni fa spesso scena muta diventa in breve tempo vittima di scherzi cattivi e di persecuzioni giornaliere. Finalmente arriva l’estate e il tempo per la madre e il bambino di trasferirsi al mare sull’isola per godere dell’aria salmastra e della sana alimentazione. Ma anche qui nessun miglioramento, le frequenti camminate associate ad un rifiuto costante del cibo non fanno che far perdere peso al bambino che cresce ma continua a dimagrire. Solo l’incontro con Lucio detto Lucifero, il figlio della fruttivendola dell’isola, segnerà un cambiamento determinante e l’inizio di una nuova fase per cui dopo niente potrà mai più essere lo stesso…

Il principio della privazione è già nel titolo, Orfanzia significa infatti privato dell’infanzia, orfano di quella evoluzione necessaria a chiunque per attraversare il primo pezzo della vita e diventare grande. Ma tutto il romanzo si regge su una serie di sottrazioni in vari ambiti e nelle sfere più diverse: in famiglia, a scuola, con gli amici, in vacanza, il bambino sperimenta ovunque la mancanza di affetto, di complicità, di comprensione, di socialità e di somiglianza. Non vuole ingrassare il bambino che non ha un nome, in quella sua ossessione che i genitori possano poi decidere di ammazzarlo e farne carne da macello di cui cibarsi a piacimento. Il cibo è da sempre un potentissimo collante relazionale, il cibo come incontro, occasione, condivisione, qui viene raccontato come rifiuto del voler far parte di meccanismi socialmente capaci di creare legami. Nell’isolamento che caratterizza buona parte dei suoi primi anni, il bambino governa un mondo tutto suo, in cui i fantasmi ogni tanto giungono a fargli visita, in cui la paura del buio non lo abbandona mai e in cui l’odio per la madre e il padre assume di volta in volta connotazioni tragiche ma anche grottesche. Athos Zontini, da anni sceneggiatore della fortunatissima serie TV, Un posto al sole, voleva scrivere un romanzo contro, un anti romanzo di formazione, qualcosa che scardinasse l’ovvietà legata ai processi di crescita serena e restituisse piuttosto le difficoltà quotidiane che nelle dinamiche familiari appartengono a molti. Fedele al principio che non esistono famiglie felici, l'autore affronta con uno stile originalissimo moltissimi nodi tipici del rapporto tra genitori e figli. Non è, sia chiaro, un libro sull’anoressia, né sulla bulimia, non è un libro scritto per denunciare i fenomeni di bullismo o per offrire una chiave di lettura pedagogica universale sul modo di educare i propri figli. È in primis un romanzo che vuole difendere la libertà di essere se stessi, sin da piccolissimi, rivendicando un’autonomia di pensiero, di azione e di progettazione che nemmeno i genitori più moderni hanno il diritto di uccidere. Ma è anche e soprattutto una lettura spiazzante, anticonformista e cattiva per certi versi. L'ostilità del bambino che trova il modo di esprimersi in tantissimi modi ma che più spesso assume i contorni violenti nei gesti e nelle parole, scalfisce un immaginario infantile consolidato da tempo. Tra queste pagine non troverete nulla di consueto, alcuni passaggi potrebbero sembrare lenti e ripetitivi, altri infarciti di una violenza disturbante e apparentemente gratuita ma tutto risulta alla fine funzionale al processo di affrancamento definitivo. Il bambino, grazie alla scuola di Lucifero e alle sue maniere un po' barbariche, scopre una dimensione di sé fino a quel momento sconosciuta. “Dentro di me c'è un altro bambino che cresce nascosto sotto pelle, è sua quella voce che mi tormenta. Siamo identici, è impossibile distinguere l’uno dall’altro, ma vogliamo cose diverse. Se io sono stanco, lui vuole giocare; se io voglio mangiare, lui muore di fame; se io sono triste, a lui viene da ridere. Io sono debole, lui diventa sempre più forte”. In questa dicotomia che è poi l'essenza stessa di un conflitto interiore legato alla percezione del sé si snoda tutta la narrazione. Crescere è fatica, corrispondere ai progetti che altri hanno imbastito per noi può essere frustrante e alimentare stati di alienazione con un progressivo distacco dalla realtà. Il bambino vorrebbe essere invisibile ma in fondo ha bisogno soltanto di qualcuno che gli restituisca la propria infanzia negata, le carezze non date, il tempo sottratto, le ansie scomposte gettate su di lui come un boomerang. Un’opera prima originale questa di Zontini, che pesca ispirazioni e atmosfere traslate da opere quali La trilogia della città di K di Ágota Kristóf, Mr Vertigo di Paul Auster e Il signore delle mosche di William Golding. Mai banale anche nei suoi riferimenti letterari, Zontini si rivela autore già maturo, spirito tranchant, padrone di uno stile vivace, mai eccessivo, misurato eppure sanguigno ed intensissimo. Una scrittura che amerete visceralmente o che forse avrete voglia di scansare ma che vi resterà incollata addosso ben oltre l’ultima, folgorante pagina.



 

 

 
 
 
 

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