A oriente del giardino dell’Eden

A oriente del giardino dell’Eden
È mattina presto e le ombre degli alberi si allungano oltre le radici, eppure la monotona pianura polacca già boccheggia sotto un sole cocente. Gli alberi tozzi e storti ai bordi della strada sembrano pietre. Non un fremito di ramoscelli, non un fruscio di foglie. Non si ode un canto d’uccello. Anche i mulini sono pietrificati; le loro braccia antiche, rattoppate con tegole sottili di ardesia e assicelle rinsecchite, sono immobili. Solo dai prati riarsi si leva l’incessante frinire dei grilli, interrotto di tanto in tanto dallo zillare delle cavallette, simile al rumore di un tosaerba. In cima a un mucchio di fieno una cicogna dorme sopraffatta dalla stanchezza e dalla calura. Un ebreo scalzo e con la barba nera, una pesante sacca lacera gettata su una spalla, percorre di buon passo lo stretto sentiero pedonale che separa i campi dalla strada. È talmente chino che la punta della sua barba impolverata per poco non sfiora la corda avvolta attorno al corpo…
Una comunità polacca ebraica del secolo scorso è la protagonista di questo romanzo che ha il respiro dell’epica: non i suoi singoli componenti, ma proprio l’identità collettiva, religiosa, etnica, sociale, che si moltiplica nelle individualità distinte e connesse che la formano, è l’elemento cardine. Tutti sono perseguitati, offesi, umiliati, calpestati, tutti vagheggiano la speranza, l’illusione, l’incontro con i cherubini dalla spada fiammeggiante che custodiscono la via per l’albero della vita, come promette la citazione biblica che dà origine al titolo del romanzo. Con uno stile unico, profondo e lieve, imbevuto di ironia, c’è un racconto credibile, intenso ed empatico di un’umanità varia, della prigionia crudele eppure dignitosa di chi, pur animato da un bruciante fervore, è ingabbiato nella povertà, causata dalla protervia di pochi potenti inumani.

 

 

 
 
 
 
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