Origami

Origami

È la domenica di Pasqua del 1936: a Pola, in Istria, viene alla luce una bambina, dopo un travagliatissimo parto podalico. È lo stesso anno in cui nascono, tra gli altri, Dacia Maraini, Mogol, Carla Fracci, Costantino Dardi… ma anche Silvio Berlusconi. Poi, arrivano: la guerra, le preghiere sotto i bombardamenti, l’esilio, la fuga da una terra che, dicono, non è più casa, non è più Italia; il collegio, l’Università… i pugni stretti e il muso duro, la gavetta, verso il sogno: perché il papà le aveva insegnato che “bastava volerlo”, e che già quella “era una forza straordinaria”. È, allora, il momento dell’incontro con la vita, della forte, potente, stretta di mano – quasi del colpo di fulmine – tra quella “ragazza piena di sogni” e la realtà. È l’attimo, carico di magia, in cui, per la prima volta, s’avvicina, grondante di timidezza, alle Figure del suo Secolo: Marcello Mastroianni, primo fra tutti; tutto comincia da quell’albero disegnatole quasi – anzi: del tutto – controvoglia; è in quell’attimo che “da generica ragazza con la testa piena di sogni sta per diventare un Io”, in grado – come dirà molto tempo dopo – “di gettare il cuore oltre l’ostacolo”. Un Io che intervista, chiede, conosce, stringe amicizia, fonde e confonde sé stessa alla Storia, agli Uomini che si sono nutriti della sua stessa fetta di Storia, e che, con lei, sono stati e sono commensali della vita…

Anna Maria Mori, una delle grandi firme del giornalismo italiano, l’esule che forse trova casa e patria, più che in qualsiasi altro luogo, nelle sue parole, che sono terra sua e cuore suo, ci dona – perché un dono è fatto sempre con amore e almeno un pizzico di, quasi religiosa, devozione – occhi inediti e profondi, un po’ ribelli e un po’ sempre rispettosi ed eleganti, attraverso cui guardare e riscoprire i volti del nostro (sia per chi c’è stato, sia per chi è arrivato dopo) Novecento. Da un insolito Pasolini, “che vuole essere, ma che in qualche modo ha paura di essere”, a una nitidissima – coma una foto scattata in piena luce – Oriana Fallaci, “una donna in guerra” votata a superare tutti i limiti, “in nome della sua libertà. Della libertà di sbagliare”. Da un Totò “antico”, che pensava “sinceramente di dovere agli altri […] ma non a sé stesso, quello che era, e che aveva”, a un Sordi che, in fondo, non provava poi “nessuna reale simpatia per gli esseri umani”. Dall’amicizia con Mina, “la donna-voce”, a quella con Claudio Magris, poiché accomunati, innanzitutto, dalla medesima “malattia dei confini”, passando per gli anni di “Repubblica” e della sua genesi. Più che un racconto del dietro le quinte, quella della Mori è una confessione – e come tale mantiene quell’umana sensibilità e quel pizzico di salutare pudore – della Vita; un avvicinare i grandi nomi (e gli eventi) per riportarli alla loro naturale umanità e finitezza, e dunque alla loro reale Bellezza. È un ristabilire un’intimità perduta (mai nel ricordo) nell’indifferenza del Nuovo Millennio, in cui tutto (inevitabilmente?) cambia. È un dialogare, quasi casalingo, nella confidenzialità d’un focolare, che ancora, nel ricordare, domanda e intervista l’Uomo, come in un monito sussurrato in cui s’afferma che la vita è data dal fluire, dal lento rimescolarsi delle vite… come la carta che “si rompe e si ricompone”, come gli origami.



 

 

 

 
 
 
 

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