Oro dentro

Oro dentro

Il 20 gennaio 1996, alle otto di sera, l’aeroporto di Butmir si presenta come una fettuccia di terra non coperta dalla neve. Tutta la città è immersa nell’oscurità più assoluta, coperta da un manto nero privo di stelle. L’archeologo Fabio Maniscalco si trova, quasi senza accorgersene, su uno di quei mezzi blindati, i VM 90P, che in gergo i soldati chiamano “scarafoni”. I suoi occhi cercano di capire cosa nasconda quel buio, mentre la luce dei fari riesce ad illuminare cumuli di neve e macerie. Di lì a poco, anche l’ex ospedale pediatrico di Zetra gli si presenta come un ciclope orbato di metallo e cemento, con le membra sconquassate a causa dei bombardamenti subiti, con tutto un penzolare di cavi e uno sgretolarsi di muri. Ma quell’ospedale deve essere rimesso a nuovo, perché scelto per ospitare il comando della Brigata Garibaldi, vista la decisione delle Camere – contrari solo i parlamentari di Rifondazione comunista – di approvare una risoluzione favorevole alla partecipazione dei militari italiani alla missione NATO in Bosnia, l’operazione Joint Endeavour…

Laura Sudiro, giornalista nonché archeologa, e Giovanni Rispoli, autore ed editor di libri d’arte, rendono giustizia all’indomabile abnegazione professionale dell’archeologo napoletano Fabio Maniscalco, protagonista di pionieristiche esperienze di tutela del patrimonio culturale a rischio in varie parti del mondo quali la Bosnia, l’Albania, il Kosovo e il Medio Oriente. Oro dentro è una biografia dallo stile documentaristico invidiabilmente scarno, dal ritmo avvincente, nella quale la vita di questo studioso (morto a causa di un tumore provocato dall’esposizione all’uranio impoverito durante le missioni nei Balcani del 2008) assurge a simbolo commovente del sacrificio silenzioso per la causa scientifica, fra rinunce personali e vissuti di eterno precario, fino al coraggio di affrontare la malattia. A libro chiuso, il pensiero malinconicamente corre non solo all’82enne Khaled Asaad, archeologo di fama internazionale morto a strenua difesa del suo lavoro scientifico (stavolta non per tumore ma per mano dell’Isis), ma anche a tutti coloro che hanno aristotelicamente consacrato la vita alla ricerca.



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