Ospizio blues

Ospizio blues
Luca nella vita ha poche cose nelle quali perdersi: passare le giornate nel pub a bere birra e fumare sigarette; aspettare una ragazza che arrivi finalmente a soddisfare prima le esigenze sessuali e poi, se resta ancora tempo, quelle affettive; lavorare in un ospizio in cui tutto scorre in modo identico, meccanico e monotono, in cui gli ospiti sono anziani che guardano le giornate passare o attendono la morte. Nasce da tutto questo un viaggio di formazione che passa attraverso il disagio della provincia per finire tra i muri di un ospizio, là dove il tempo sembra scorrere in modo diverso rispetto al mondo che sta fuori…
Ospizio blues, libro d'esordio di Luca Curati, è un romanzo interessante nel panorama della piccola editoria. Prima di tutto perché Luca, per raccontare questa storia originale, si è concentrato su tre componenti angoscianti e difficili, ovvero: sofferenza, tristezza e infelicità, senza però che nulla nella narrazione risulti patetico o troppo meccanico, ma soprattutto perché va a mettere una lente di ingrandimento malinconica in quella che è l'ultima parte della vita, quando si vorrebbe avere più tempo a disposizione per fare tante cose e invece la condizione dell'anzianità lo impedisce. Questo aspetto non è affatto da sottovalutare, soprattutto oggi, quando gli scrittori tra i venti e i trentacinque anni affrontano temi ben diversi e, a volte, più superficiali. Nel suo romanzo breve (appena 79 pagine) Curati racconta, con mirabile capacità di sintesi, uno spaccato di provincia che mette in scena una storia beat resa disperata dal disagio giovanile più estremo, nato - come in molti altri casa nella storia della narrativa - dalla noia e dalla frustrazione di non riuscire ad esprimere se stessi. Interessante come l'autore ‘mimetizzi’ la tristezza raccontando anche qualche aneddoto divertente sugli ospiti dell'ospizio. Inutile dire che si tratta solo di sensibilità da parte sua, perché qui, nelle e tra le righe di questa storia, tutto è triste e le regole vengono dettate dalla stagione più feroce dell'essere umano: la vecchiaia. Che in buona sostanza è solo un'attesa del tempo che passa e della morte che arriva. E pur tuttavia è una stagione nella quale regna la filosofia dell'esperienza, maturata in decenni di vita, e così ogni anziano dell’ospizio raccontato nel romanzo mentre si prepara a morire non dimentica di insegnarci a vivere.

 

 

 

 
 
 
 
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