Ottavio il timido

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Ottavio Fontanesi è un timido cronico. Uno di quelli invisibili che, se ci sono, non si notano. Ma proviamo a farne un identikit, per capire meglio chi sia e dove viva. Orfano dei genitori, oltre che soffrire di timidezza cronica è terrorizzato dalle donne, sebbene ne desideri le carni. Masturbatore compulsivo, scrive racconti che considera ogni volta più belli ma che regolarmente vengono rifiutati dagli editori. Appassionato di jazz, produce articoli per una nota rivista musicale e che sono anche l’unico suo successo, sebbene ristretto al minuscolo mondo degli appassionati del genere già di per sé di nicchia. Lavora presso la Grande Azienda Pubblica dei Servizi Generali, odia il suo mestiere e vive nella Città Quadrata, baluardo comunista in un territorio sottomesso al Partito Liberista. Frequenta tutti i convegni riguardanti l’editoria e la scrittura che si tengono nel Teatro Quadrato, suona la batteria nel gruppo dei Fagiani, perché i tamburi sono i mattoni di un muro che lo protegge e solo così riesce a non essere più timido e fa strani sogni, con uno schema ripetitivo. Che cosa lo farebbe stare meglio? Un riscontro editoriale, un lavoro gratificante, una donna che lo ami, un’amministrazione comunale di nuovo equa e non voltagabbana come tale è diventata. Invece, non c’è niente che vada come deve. Ottavio invecchia, il tempo della pensione si avvicina. Con i soldi risparmiati (poiché non ha nessuno con cui e per cui spenderli) si è comprato una casetta, ma Ottavio continua ad essere quell’individuo insignificante che nessuno nota e di cui non importa a nessuno…

 

 

Diciamolo subito: Ottavio non ci fa compassione. Anzi, risulta antipatico. Dietro la timidezza si nasconde anche un falso modesto, e questo è ciò che accade anche nella realtà alla maggior parte delle persone. La Città Quadrata è un simbolo e sembra la metafora di una testa ottusa, la sua, che solo nella cultura musicale (quella ascoltata, non quella suonata) si salverebbe ma alla quale volge le spalle sempre più. A parte i riferimenti autobiografici come il nome del gruppo musicale e i riferimenti ai classici jazz, la trama che regge la storia di Ottavio è anch’essa timida, quasi inconsistente. Il libro potrebbe definirsi un romanzo di formazione, o meglio di autodistruzione, con la seguente morale: tra il dirsi modesto (e timido) e il fare l’umile c’è di mezzo il mare. L’autore gioca con i nomi dei personaggi, che certe volte ricordano figure reali (il nome del giornalista Indro Furanelli vi dice niente?) mente certe altre, come per i politici, ci fanno capire che, così come i nomi, anche le loro intenzioni alla fine sono sempre le stesse. Nonostante lo stile del romanzo non sia accattivante e coinvolgente, vale la pena, soprattutto per gli aspiranti scrittori, soffermarsi sulla fine ingrata di Ottavio che si rifiuta di vedere le cose che sembrano fuori dalla sua portata. Se una cosa non la vedi non la conosci e, se non la conosci, quella cosa non esiste. Dunque a Ottavio, come a molti scrittori in erba, manca il confronto, manca l’umiltà, manca la convinzione di non essere scrittori fino a prova contraria.



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