Padre padrone padreterno

Padre padrone padreterno
Il luogo di questa autobiografia è la casa come guscio della memoria fatto di fughe e di ritorni, di viaggi verso mondi da esplorare, fuori e dentro di sé, con lo sguardo fisso sulla linea che ha segnato l’orizzonte degli orrori della guerra, prima e della guerra fredda, poi. La sua corsa dall’Europa occidentale all’Europa orientale, da Mosca a Berlino est, da Budapest a Praga ha sempre inseguito il sogno della liberazione dei popoli e della pace. Non tace il suo temperamento e si manifesta sia nella critica senza veli alle donne sovietiche “reticenti su tutto ciò che riguardava la famiglia e la vita sessuale”, prima e dopo la morte di Stalin, sia nella condanna di quelle rispettabili, non più giovani signore, mogli di burocrati della Germania orientale, che durante il periodo bellico mandavano “avanti le fabbriche di cannoni” e spedivano “i bambini di tredici anni a far la guerra”. Non tace inoltre la sua particolare ammirazione per la piccola Albania che “maturava la sua contestazione all’Unione Sovietica da sinistra”: nella “guerra nazionalpopolare” i “valori tradizionali del vecchio potere erano stati sgominati insieme agli eserciti stranieri”. Racconta la piccola Albania  come un’ isola felice (così le era sembrata) in cui si era bruciato ogni dislivello politico e sociale, di classe e di sesso e sembrava essere approdata ad un rinnovamento produttivo senza l’intervento del capitalismo. E poi il suo racconto continua con la meraviglia autentica nei confronti delle donne cinesi…
Certamente Joyce Lussu, compagna di Emilio Lussu, partigiana, traduttrice, storica, letterata, attivista politica, poetessa, ha affascinato molte generazioni e molte altre ancora oggi e domani sono e saranno pronte a riconoscere in lei la sintesi felice tra la bellezza fisica e la luminosità intellettuale.  Nella vita non ha avuto recinti, né confini, né padroni e forse, come viene testimoniato nel libro, è stata “Madre, matrona, madreterna”. Le sue battaglie sono state autentiche e vissute in prima persona dando ampia fioritura all’idea che “la liberazione a titolo personale non esiste”. Ha vissuto gli ultimi anni a disposizione completa dei giovani, soprattutto per insegnare quanto aveva imparato dalla vita, come facevano le vecchie sagge donne cinesi, perché nulla di ciò che la terra dona all’uomo e alla donna andasse perso e irrimediabilmente sprecato. Il libro esce nel contesto storico del dopoguerra e si colloca in un presente che cerca di metabolizzare gli orrori del pianeta e le  molteplici contraddizioni  che una storia tanto violenta porta ancora con sé. Pubblicato per la prima volta nel 1976, il libro divenne un classico per le donne impegnate nel movimento femminista. Ristampato nel 2009 con la copertina di Gianni Peg, aggiornata, rimane tuttora una “biografia d’eccezione” della “sibilla” che accompagna bellezza e virtù verso un destino che non tacita il concetto di liberazione ma lo esalta su ogni fronte, dalla lotta di classe alla emancipazione femminile,  in vista dell’ unico progetto di creare uno sviluppo civile in un sistema produttivo libero da ogni diseguaglianza. Si intesse una doppia tensione in cui il tempo della memoria si coniuga al tempo della storia, il socialismo utopista di matrice ottocentesca si evolve in un “pensiero ecologista”. La sua autobiografia si accende sui suoi viaggi intorno al mondo, dentro le cose, la sua è un opera che parte dal sé e arriva ad essere un’opera d’arte globale. È con questo testo che Joyce Lussu coglie l’umore nuovo delle donne, l’umore rifiorito intorno agli anni settanta ed entra per sempre nell’universo femminile dando la possibilità a molte donne di leggere un pezzo del passato e della loro stessa vita, nell’attimo in cui il tempo si presta a una nitida visione sociologica.  Un libro ancora attuale utile a comprendere i meccanismi della storia che per alcuni versi ancora non cambia nella tendenza che ha di sopraffare il più debole e in quella che ha contestualmente di tendere alla giustizia.

 

 

 

 
 
 
 
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