Pagare o non pagare

Pagare o non pagare

Oggi il verbo “pagare” è sempre più denigrato perché tutto ciò che ruota attorno a una persona – tasse, acqua, medicine, divertimenti, sesso – ha un costo. Così il pagare è percepito come un’oscura ingiustizia sociale che colpisce ineluttabilmente chiunque. Eppure c’è stato un tempo in cui questo gesto era vissuto come un piacere. Tra gli anni ’50 e ’80 l’acquisto di un oggetto con i soldi dello stipendio era una rivendicazione di uguaglianza, per la massa significava poter fare le stesse cose dei ricchi. È che la gente non si accorgeva per niente di entrare in possesso di prodotti effimeri e inutili, e di precipitare nelle maglie dell’ingranaggio consumistico teso a sfruttarla senza pietà. Il dramma è stato, a partire dalle crisi recessive degli anni ’90 fino ad arrivare alla bolla immobiliare del 2008, il non voler aprire gli occhi di fronte alla realtà preferendo credere che “l’apparenza fosse più solida della sostanza”. Nonostante la povertà sia in continua espansione si vive come se il benessere fosse infinito, perdendo “il senso originario del denaro” fino al punto di non comprendere più il prezzo reale di una qualsiasi merce. Mentre la pubblicità con i suoi artifici di immagini e parole presenta un mondo dove tutto è alla portata di tutti, gli uomini, a causa dello sviluppo tecnologico e della globalizzazione, perdono lavoro, diritti e libertà…

Esiste ancora il denaro? La domanda sembra paradossale, è invece fortemente realistica e la risposta di Walter Siti è sostanzialmente no. Chi è ricco - finanzieri, banchieri o entità astratte come Google – guadagna in modo immateriale attraverso algoritmi o cloud informatici, mentre chi è povero i soldi non li ha mai visti. In mezzo c’è la classe media incapace ormai di decodificare il rapporto prezzo-valore del prodotto, finendo per non avere più un’idea di denaro. L’analisi di Siti, feroce e consolatoria al tempo stesso, del capitalismo di ultima generazione è fatta confrontando la società degli anni ’50 e ’60, caratterizzata da parametri fissi e certi (lavoro, stipendio, acquisto di beni essenziali come auto e casa), con quella liquida del secondo millennio, dove l’individuo sparisce in un mare di offerte a prezzi stracciati anche se spesso solo virtuali. La paura di Siti sta nel rischio che “l’economia del gratis” porti alla svendita della persona e alla perdita delle sue libertà a favore dei grandi colossi della Rete, invisibili ma onnipresenti come l’orwelliano Grande Fratello. Ogni rivoluzione ha generato fatiche e sofferenze, ma pure benessere e cultura. La terza, quella informatica, al momento sembra solo puntare alla dissoluzione dell’uomo come essere pensante. Pagare o non pagare è un pamphlet veloce e godibile, che grazie a un uso sapiente dell’ironia riesce a far sorridere di una crisi profonda di cui non ci si rende (o non ci si vuole rendere) conto.



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