Pagina bianca

Pagina bianca
Qual è il colore del tuo sogno? – chiedeva Flaubert a Louise Colet – in una lettera dell’8-9 agosto 1846. La domanda non era peregrina, e il successivo epistolario lo conferma. Anche i sogni hanno un colore, così come l’idea ha un suo stile. E infatti, nella successiva lettera del 16 gennaio 1852, sull’argomento ‘stile’, Flaubert è molto più esplicito: «ci sono in me, letterariamente parlando, due uomini distinti: uno innamorato delle esplosioni, del lirismo, dei grandi voli d’aquila, di tutte le sonorità della frase e dei vertici dell’idea; un altro che scava e fruga il vero fin dove può, che vuol fare e mergere il fatto piccolo con la stessa potenza di quello grande, che vorrebbe far sentire quasi materialmente le cose che riproduce…A mia insaputa, l’Educazione sentimentale è stata uno sforzo di fusione di queste due tendenze…».  La confessione, che si svilupperà nel corso della terza lettera, è piena: mi credo portato – afferma Flaubert – solo per le grandi esplosioni di stile…
Tre le lettere raccolte in questo agilissimo volumetto, completate dalla premessa di un Dialogo con Roland Barthes e dall’aggiunta finale di alcune  riflessioni A proposito dello stile di Flaubert di Marcel Proust. A ragionar di stile – e di ‘non stile’ – prima della pagina bianca, sembra di dover affrontare tematiche astruse o astratte, inesistenti come il sesso degli angeli: e invece, poche righe di lettura all’interno di quelle poche pagine del volumetto danno subito la sensazione che parlare di stile è parlare di noi, di ogni nostra possibilità di comunicazione, di ogni nostra relazione con gli altri. Non esiste una possibilità di esprimersi che non debba fare i conti con lo stile dell’espressione, perché quella pagina – reale o metaforica – non resti bianca: stile informale o formale, libero o costretto da formule retoriche, la verità è che – drammaticamente – senza una riflessione sullo stile non c’è atto comunicativo di sorta. In questo senso, attaccate al cervello come un chiodo fisso, rimangono le domande di chiusura del Dialogo – un’autointervista di Roland Barthes, per la verità – premesso al volume: «che lingua parleremo domani? Che lingua vogliono per noi questi grandi leader che pensano il Paese?».

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