Palazzokimbo

Palazzokimbo
Napoli. Stella e la sua famiglia, la famiglia D’Amore, si trasferiscono a Palazzokimbo nel 1973, ottavo piano. La casa non è piccola o, almeno, è più grande di quella precedente, ma un solo bagno per tante persone ‒ Stella, la sorella Angela, i genitori, i nonni paterni e la zia Marina, più il gatto Otto, di nome e di fatto ‒ è una fatica, e spesso sembra impossibile riuscire a ricavarsi un posticino tutto per sé. Il palazzo si innalza vicino alla Saint-Gobain, la vetreria proprietaria dell’immobile, dove lavorano o hanno lavorato gli inquilini. Tutti che si portano dietro la polvere dal lavoro alla casa, perfino gli impiegati, sulle loro giacche, come se fossero stati spolverati con del talco. Palazzokimbo per Stella è un intrico di scale, di porte, di ringhiere, di facce e di persone. Ciascuna con una storia, spaventosa o meravigliosa. Zazzà, ad esempio, che abita al quarto piano, sembra una strega: la ferma e la guarda con i suoi occhi allucinati e, in dialetto, le parla di malattie e di sciagure. Sciagure come il Colera, con la c maiuscola, come sembra pronunciarlo sua madre, che tutti tentano di tenere lontano con litri di creolina passati in ogni dove. Sciagure che la madre di Stella tenta di arginare lanciando forte occhi d’agnello sulla tettoia, ché si appiccichino e proteggano la famiglia dalla malasorte, o incastrando i denti da latte delle due sorelle fra le crepe del muro, come una sorta di amuleto contro il malocchio...

Un romanzo magico, che incanta ed attira il lettore in una realtà vicina eppure lontanissima, se non si è di Napoli. Quasi una sorta di invidia ci assale, per questo miscuglio di persone, credenze, gesti e frasi che rivelano un’umanità, in tutte le sfaccettature che tale termine si porta con sé, preclusa a chi non ha vissuto certi luoghi e, oramai, certi tempi. Storia di formazione di una piccola ragazza, profonda ed irrequieta, sensibile e passionale, che ama gli animali e le persone, lettrice affamata, attratta dal pericolo, attratta dalle stranezze, con intelligenza spiccata. Credo che vi sia molto di Piera Ventre in questo romanzo e il sentimento di odio/amore verso il palazzo, verso la città ricalca quello, naturale, che ogni figlio nutre verso i propri genitori e che ne dimostra l’assoluto ed imprescindibile legame di attaccamento e protezione reciproca. Poca trama, ma molti ricordi e scene familiari che si susseguono. E se Stella mentre è a tavola una sera si estranea dal presente, guardandosi e guardando dal di fuori la propria famiglia e prova ad immaginare gli altri inquilini del palazzo nello stesso momento, anche loro seduti a tavola, a noi è permesso, invece, di entrare nella cucina della famiglia D’Amore, dove il nonno insegna a cucinare la frittata alla mozzarella alla nipote, nella stanza della zia Marina con i suoi libri di Liala e le canzoni proibite. Se pure la realtà di Napoli ci è lontana, i sentimenti e le riflessioni di Stella sono universali, e ritrovarci nei suoi pensieri, così poeticamente descritti, ci fa sentire meno soli. Un libro che consiglio caldamente.

 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER