Palpebre

Palpebre
Giovanni Vigo è uno studioso del Purgatorio di Dante Alighieri, con particolare interesse verso le pene che il poeta fiorentino immagina inflitte ai dannati. Una mattina è seduto ad un tavolino di un bar nei pressi dell’Università Statale di Milano, dove tiene un seminario. Nota una donna bella ed affascinante parlare con un tizio che sembra Big Jim. Dopo alcuni minuti i due si avviano verso l’università ed entrano nei bagni, dove la donna, Mia, uccide barbaramente l’uomo. Vigo li ha seguiti ed è l’unico testimone del delitto. Il cadavere dell’uomo viene trovato giorni dopo dalla polizia: mancano i denti, gli occhi e l’intero apparato genitale. Giovanni è ossessionato dal delitto e decide di indagare con l’aiuto di Giorgio Simmel, giornalista di Radio Popolare. I due scoprono una verità sconvolgente e per Giovanni Vigo inizia un viaggio verso un’unica direzione: l’inferno, senza possibilità di ritorno…
Un thriller spiazzante, crudo, visionario, apocalittico e di respiro internazionale: questo è Palpebre, romanzo che segna l’esordio narrativo di Gianni Canova, critico cinematografico, docente di filmologia e conduttore della trasmissione “Il Cinemaniaco” su Sky Cinema. Il titolo è un evidente richiamo ad una terzina del canto XIII del Purgatorio che ricorre spesso nel romanzo, quella in cui Dante descrive la pena inflitta agli invidiosi, puniti per aver guardato la vita e i beni altrui, con l’accigliatura, la cucitura delle palpebre. Si capisce quindi qual è il filo rosso dell’intera narrazione: l’immagine, l’atto del guardare e le conseguenze che esso comporta. Tema che troviamo anche nel secondo grande richiamo culturale: Il “Giudizio Universale” di Giotto, in cui i dannati dell’inferno sono appesi e trafitti in ogni parte del corpo tranne gli occhi, come se dovessero vedere il proprio martirio, in un caos che si contrappone all’inferno tomistico ed ordinato di Dante. Il luogo in cui si svolge la vicenda è Milano. Una città che l’autore ci restituisce tramite descrizioni sinestetiche, facendoci sentire gli odori della pioggia e del cemento. Una città che di giorno vive il suo tran tran quotidiano e la notte si trasforma in un luogo in cui prendono forma le più oscure perversioni, mentre in TV si assiste alla decapitazione in Iraq di Nick Berg e nelle sale esce "Kill Bill" di Quentin Tarantino. Il plot è costruito secondo un’alternanza di piani che vede l’uso simultaneo della terza e della prima persona, fino a quando quest’ultima prende il sopravvento e viviamo la vicenda secondo il punto di vista del protagonista, Giovanni Vigo (piccola curiosità: il nome è un omaggio al regista di inizio Novecento Jean Vigo, mentre Giorgio Simmel deve il suo nome al sociologo Georg Simmel). Scopriamo insieme a lui immagini raccapriccianti, talmente cruente e crude da avere l'impulso di serrare gli occhi come se le avessimo davvero davanti, fatto che denuncia l'approccio cinematografico dell’autore, che sembra usare la penna come fosse una telecamera attraverso la quale osservare l’orrore che circonda la realtà. Un romanzo ben riuscito, quindi: uno spunto di riflessione sul modo di guardare il mondo, sulla fruibilità del mare d’immagini che inonda i nostri occhi e a volte ci costringe ad un piccolo gesto per guardarci dentro: chiudere le palpebre...

Leggi l'intervista a Gianni Canova

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