Panama papers

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“Salve. Qui John Doe. Le interessano informazioni? Vorrei condividerle”. È con questo messaggio a Bastian Obermayer, che se fosse l’incipit di un thriller politico condannerebbe allo scorno perpetuo qualsiasi aspirante autore, che inizia quella che diventerà la più grande e capillare inchiesta giornalistica finora svolta sul pianeta. Con un primo pling arrivano sui PC di Bastian Obermayer e Frederick Obermaier (altro errore che un autore non dovrebbe mai fare), arrivano pochi megabyte che riguardano 130 società off-shore create dalla dinastia dei Kirchner che ha governato l’Argentina di padre in figlia, per distogliere decine di milioni di dollari dai fondi dello Stato e riversarle sui propri conti. C’è un Procuratore generale, in Argentina, che sta indagando da anni e la cui documentazione è più scarna e lacunosa di quella da loro acquisita con un pling. In quelle prime pagine incontrano per la prima volta il nome dello studio legale panamense Mossack Fonseca e decidono, in attesa di altri documenti di cominciare ad indagare da lì. Scopriranno presto che uno dei fondatori, Jurgen Mossack è un tedesco, figlio di un ex sottufficiale nazista che ha collaborato a lungo con la CIA prima di emigrare dalla Germania senza lasciare tracce e tornarvi solo per morire. MossFon col procedere delle indagini assume sempre più i caratteri di una multinazionale di consulenza nei crimini finanziari. Forniscono strumenti e servizi per agevolare la distrazione di capitali, il riciclaggio, la creazione di fondi neri ad aziende, dittatori, autocrati, malavitosi, trafficanti di armi e cartelli del narcotraffico, salvo proclamare a gran voce la propria compliance alle regolamentazioni dello Stato di Panamà e alla due diligence interna, ogni qual volta il nome dello studio viene coinvolto in scandali finanziari. Nei mesi i pling si susseguono a ritmo continuo, 50 gigabyte diventano 260, poi 500, arriveranno a oltre 2,6 terabyte, la più grande mole di informazioni mai condivisa, decine, centinaia di volte la quantità di dati che hanno riguardato wikileaks, offshore leaks, swiss leaks e così via…

I filoni dell’inchiesta diventano migliaia, i documenti milioni. C’è un violoncellista amico di infanzia di Putin che controlla centinaia di milioni di dollari attraverso decine di società offshore, ci sono documenti che provano la complicità di Commerzbank e altre primarie banche tedesche nel creare società off-shore per i propri clienti privilegiati, i fondi occulti di FIFA e UEFA, i figli di Mubarak, i fondi di Khaddafi, quelli del Presidente dell’Azerbajian, della famiglia di Bashar Assad attraverso cui acquistano benzina per i bombardieri, ci quelli del re degli Emirati Arabi, del Presidente del Nicaragua, le società di amici e complici di Mugabe, e di quasi ogni altro presidente o autocrate africano, le società di Kojo Annan, figlio dell’ex segretario generale delle Nazioni Unite, il cognato del presidente cinese Xi Jinping, il primo ministro in carica del Pakistan e quello dell’Islanda, ci sono poi 500 milioni di dollari transitati sui conti offshore di Hans-Joachim K., ex amministratore delegato della Siemens in Colombia e Messico e sfuggiti all’inchiesta che di recente ha riportato in Germania oltre 40 milioni di euro distolti dai bilanci ufficiali della Società per creare fondi necessari a pagare “consulenze” sotto banco. Ben presto un giornale di scarsi mezzi come la “Süddeutsche Zeitung” non è più stato in grado di far fronte ai mezzi tecnologici necessari a gestire una tale mole di informazioni, né tanto meno due persone sono in grado di analizzare a fondo il materiale. Si rivolgono quindi a Gerard Ryle, direttore dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) di Washington e viene messo su il più gigantesco gruppo di lavoro mai creato finora:si inizierà con 50 ma alla fine saranno coinvolti oltre 400 giornalisti di un centinaio di Paesi, saranno acquisiti softwares di analisi dati sofisticatissimi, in grado di scovare nomi e connessioni sparsi tra milioni di pagine. Nonostante l’argomento sia ostico e iperspecialistico, il grande talento divulgativo dei giornalisti di inchiesta, i fratelli Obermay\ier, come li chiamano in redazione, riesce a catturare l’attenzione come il migliore dei thriller. Centinaia di pagine che si leggono d’un fiato, senza particolari difficoltà. Si riesce a condividere oltre che le informazioni, la tensione, le paure, i dubbi e l’indignazione degli autori che però non scadono mai nella retorica. Sciorinano una mole gigantesca di dati, prove, documenti, email, fanno informazione senza mai scadere nella sensazione. Lasciano intendere tra le righe la loro umanità quando accennano al fatto di aver evitato di inserire dati e nomi di membri di organizzazioni mafiose italiane e russe perché “tengono famiglia”. Hanno lasciato a cronisti dello spessore di Leo Sisti, che da anni si occupa di inchieste sulle organizzazioni criminali, il compito di vagliare i dati su quei temi e hanno avuto non poche difficoltà a trovare un giornalista vivo o fuori da un carcere che facesse la stessa cosa in Russia. Al termine della lettura si rientra nella realtà con un senso di scollamento, ci si chiede come sia possibile che come risultato di un lavoro di inchiesta così capillare, non siano crollati governi, collassati sistemi economici, scomparsa un’intera classe politica, i cittadini degli Stati derubati sistematicamente dai propri governanti non abbiano eretto barricate e sit-in sotto i palazzi del potere ed è inevitabile chiedersi se davvero possa essere valsa la pena. La risposta, seppur parziale la danno i due autori nella trascrizione di un dialogo con John Doe, il loro “gola profonda”: [john doe]: “Non vi fa incazzare, come giornalisti, il pensiero che certa gente riesca sempre a farla franca?” [sz]: “Altroché! Ma noi facciamo appunto i giornalisti: il diritto penale è un altro mestiere…”.



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