Pane per i bastardi di Pizzofalcone

Pane per i bastardi di Pizzofalcone

“Acqua d’a funtanella; farina d’o campo ‘e grano; mosto d’a cullina; merda d’o pullidro”. Ogni mattina Pasquale Granato recita fra sé la filastrocca con cui suo padre gli ha spiegato come il nonno abbia fatto il primo lievito madre, quello che ancora oggi lui usa in panificio, quel lievito grazie al quale il pane sazia e non gonfia, quello per cui il suo pane ‒ poco rispetto alla produzione “industriale” ‒ è ricercato e famoso. Il rito (perché di questo si tratta) prevede che dopo aver consegnato la pasta madre Pasqualino esca nel vicolo a fare colazione con un pezzo del suo pane. Gli fa passare la fatica quel primo morso, gli fa dimenticare il sacrificio: perché fare il pane costa fatica, si vive quando gli altri dormono, e di notte si vedono cose che non si dovrebbe. Qualche minuto e Paqualino Granato è a terra, ucciso da un colpo di pistola, il pezzo di pane a terra accanto alla sua mano inerme. Il vicolo è a pochi minuti dal commissariato di Pizzofalcone, nel cuore di Napoli. Lojacono e Romano rispondono alla chiamata per l’omicidio ma mentre stanno parlando con uno degli operai del forno, arrivano come in un film due volanti che scaricano sei uomini in divisa e due in borghese. Quando uno dei nuovi arrivati si avvicina al corpo allungando una mano, Lojacono interviene dicendogli di non toccare niente. La reazione degli altri fa subito capire ai due di Pizzofalcone che hanno per le mani qualcosa di grosso, di molto più grosso di loro. Il magistrato che si è avvicinato al corpo è Buffardi, Sostituto Procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia, e Granato era coinvolto in un processo come testimone che poi aveva però ritrattato ed è certissimo che il suo testimone sia morto per quello. Lojacono no, è un delitto che fa capo ad altro, forse agli affari forse all’amore e coinvolgendo il Sostituto Procuratore Laura Piras che a sua volta punta i piedi, ottiene di poter svolgere l’indagine in parallelo alla DDIA. Se dovesse sbagliarsi stavolta, per il commissariato dei Bastardi sarebbe davvero la fine…

Un nuovo capitolo e un nuovo sparigliamento di carte, uno di quelli a cui Maurizio de Giovanni del resto ci sottopone ad ogni romanzo. L’omicidio è una scusa, è il pretesto per raccontarci la vita di quel morto e di chi da vivo lo frequentava, gli era vicino: parenti amici e nemici. Vite spezzate per i soliti motivi, ogni volta gli stessi e ogni volta profondamente diversi. Ma anche le vite dei poliziotti, quegli uomini e donne che ancora al sesto romanzo della serie sono sul filo di un rasoio, sottoposti allo scherno degli altri commissariati, all’esame di chi aspetta solo un passo falso perché Pizzofalcone chiuda e quella parte centralissima di città a cavallo fra miseria e nobiltà (ci si passi la citazione) passi sotto la responsabilità di poliziotti senza macchia e non di quella accozzaglia di reietti. Forse tanta affezione nei confronti di personaggi borderline si può spiegare oltre che con l’indiscutibile bravura dello scrittore napoletano, con una sorta di identificazione che per il lettore è più facile con dei poliziotti macchiati, con gente che fa il suo dovere nonostante sulle spalle gravi il peso di quelle piccole grandi discriminanti che ognuno di noi lettori riconosce come proprie o di qualcuno che ci è vicino. La fatica di avere un figlio disabile, la difficoltà nel gestire la rabbia e la frustrazione, l’uscire allo scoperto con le proprie diversità, con la mediocrità, con la malattia: altro che uomini in divisa duri e puri ‒ almeno all’apparenza. Nel sesto romanzo dei Bastardi di Pizzofalcone c’è un’aria nuova, come quando si vede l’immagine di un puzzle prendere corpo, ci si avvia ad un compimento. L’altro elemento nuovo che fino ad oggi stranamente mancava nell’ambientazione napoletana è la camorra. Si noti che de Giovanni non la nomina, parla genericamente di criminalità organizzata e ne descrive l’insinuarsi nel tessuto della città. Un cancro che mimetizza i suoi sintomi con quelli di malattie meno gravi rendendo ancora più difficili diagnosi e cura. Ad oggi forse il migliore romanzo della serie: ma lo si dice ad ogni uscita.



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