Pane nostro

“Il pane è più antico della scrittura e del libro”. Non sappiamo dove e quando germogliò la prima spiga di grano, di certo il pane rappresenta una delle testimonianze più miracolose della fusione tra la perfezione della natura e l'ingegno umano. Frutto della terra contenente in nuce i quattro elementi fondamentali: acqua, terra, aria, fuoco. Prodotto al quale concorrono tutti i cinque sensi. L'olfatto: l'odore del pane è da sempre uno dei più evocativi (se non il più evocativo); il gusto: un sapore primordiale, rassicurante e materno; la vista, il tatto e l'udito: la lievitazione, "miracolosa" come la gravidanza, la constatazione della fragranza, del colore tenue e confortante. Una storia millenaria, quella del pane. Solca lo spazio e il tempo, ne modifica la percezione, trasforma le società da nomadi a stanziali e da stanziali a nomadi. Elemento radicato nella cultura al pari della fede, tanto da entrare a far parte della stessa in ogni culto religioso. Simbolo talmente completo da includere in sé la vita e la morte. Dalla Mesopotamia, lontane nel tempo, le vie del pane mantengono oggi intatta la stessa forza... 
“Sono arrivati che faceva giorno uomini e donne all'altipiano, col passo lento, silenzioso, accorto, dei seminatori di grano”. Chissà se Matvejević, durante la stesura del libro, si è lasciato accompagnare dalle note e dai versi del cantautore Gianmaria Testa che in uno dei sui brani definisce i migranti di oggi “Seminatori di grano”. La storia millenaria del pane è strettamente legata alle condizioni di necessità dei popoli di ogni epoca. Quando carestie, epidemie e guerre hanno oppresso ciclicamente civiltà e territori, il pane è sempre stato un riferimento imprescindibile: appiglio di sopravvivenza, fonte di riscatto del corpo e dello spirito. E non è nemmeno un caso se al disco di Testa ha collaborato Erri de Luca, che ha curato la breve Postfazione di Pane nostro. Anche De Luca cantava “e la nebbia di fiato alle vetrine e il tiepido del pane e l'onta del rifiuto” legando la condizione del migrare alla ricerca di nuovo pane, al recupero di una vita dignitosa (il “vagabondaggio del grano” che si accompagna a quello dei popoli). Nel corso dei secoli, dunque, il pane, oltre al valore nutritivo, ha sempre posseduto quello simbolico. Matvejević ce lo svela nell'arco di “appena” cinquemila anni, da quando in quella valle tra i due fiumi si cominciò a lavorare il grano. Uno straordinario impasto di dimensione terrena e mistica. Ma c'è un valore anche nelle tecniche di lavorazione, dal lavoro dei seminatori (compresi gli uccelli) e dei mietitori, alla fatica dei mugnai e dei fornai. Matvejević si destreggia tra storia, antropologia, religione, arte, ma anche linguistica, filosofia, astronomia, agraria; ci sottopone una quantità impressionante di dati, spunti, riflessioni. Un lavoro enciclopedico, non a caso frutto di vent'anni di ricerche. Il lettore dovrà davvero avere fame di conoscenza, se non vorrà la lettura risulti vana. C'è qualcosa di solenne nelle pagine di Pane nostro e, nonostante ciò, riusciamo lo stesso a percepire il sapore della quotidianità. Il pane è qualcosa di familiare e – come recita il titolo e sottolinea Enzo Bianchi nella Prefazione –  è “nostro” proprio perchè “condiviso”, altrimenti cessa di essere pane. Lo scoprire che i crostini nella zuppa, la “scarpetta” nel sugo e la “panzanella” col pomodoro possiedono una storia così lunga e affascinante, ha davvero qualcosa di prodigioso.

 

 

 

 
 
 
 
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