Panopticon

Panopticon
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Hanno appena portato Anais Hendricks al Panopticon e dalla torre di guardia osservano: lì sanno ogni cosa, lì c'è l'esperimento. In 15 anni d'età Anais ha cambiato 51 sistemazioni, troppe madri adottive e non ha mai conosciuto la madre biologica. È un po' di tempo che sospetta di essere lei stessa un esperimento creato in laboratorio, altrimenti come si spiega che non ha un solo parente al quale aggrapparsi? Furbo, l'esperimento: di continuo la confonde. Anche adesso: “Dov'eri la notte che la poliziotta è stata picchiata tanto da finire in coma?” Anais non risponde, le mancano pezzi di ricordi. In mente, solo che sulla strada c'era uno scoiattolo mezzo investito e che ha cercato di salvarlo. Il sangue sulla sua gonna, quindi, potrebbe essere della bestiola, non umano. Al Panopticon però non le credono. “Omicidio”, dicono. Per sopportare le giornate Anais si rifugia nella sua testa: organizza il gioco del compleanno, s'immagina il giorno in cui è nata, i particolari – stupidi anche ma dal dettaglio fine, come fossero reali. L'esperimento intanto vede tutto, perfino questo.…
Immaginato dal giurista e filosofo Jeremy Bentham nel 1791, il Panopticon è un carcere ideale nel quale un sorvegliante può controllare i prigionieri da una torre centrale, senza che essi si accorgano di essere osservati. È qui che la scozzese Jenni Fagan sviluppa il suo romanzo d'esordio: Panopticon, vorticosa discesa nella mente di Anais Hendricks. Sebbene l'idea di base sia una variante del Grande Fratello, la scrittura è senza dubbio originale: Fagan filtra dialoghi, pensieri e vicende dal cervello della protagonista Anais alla pagina, spogliandoli – con abile trucco letterario – di qualsiasi censura. Dalle violenze al consumo di droga, infatti, tutto quel che accade alla ragazza diventa parola scritta priva di orpelli stilistici e forzature. È davvero notevole che in un'opera di finzione il pensiero appaia così fluido, ma questo stile non è sempre facile da sopportare. Ci vuole tempo per entrare nel vivo del romanzo e, tra meraviglia e calma piatta, più volte si è costretti a recuperare tra le pagine precedenti il filo del discorso. Il tutto – devastante, caotico,  spiazzante – è voluto, certo, ma a tratti fa perdere interesse per la vicenda. Anche Jenni Fagan ha un passato turbolento, come Anais: è stata adottata due volte e ha passato infanzia e gran parte dell'adolescenza tra varie case d'accoglienza. Dentro il suo Panopticon lei c'è stata davvero: il fatto che ne sia uscita dà al libro un inatteso ma necessario rilievo di speranza.

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