Pantani – L’ultimo trascinatore di folle

Pantani – L’ultimo trascinatore di folle
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La sostanza. Ognuno ha i suoi demoni, e Marco Pantani aveva la cocaina, che forse per un intimo senso di vergogna chiamava semplicemente “la sostanza”. Tutto ebbe inizio a Madonna di Campiglio, con l’accusa di doping e le successive indagini del pm Guariniello che culminarono con la sentenza che nel 2000 gli inflisse tre mesi per frode sportiva. La storia di Pantani è stata storia di cadute e di difficili risalite, come quando durante la preparazione al Giro del 2002 ricevette otto mesi di squalifica per il ritrovamento di una siringa di insulina in una stanza di albergo a Montecatini. Nessuna evidenza, però, che la siringa fosse stata usata dal Pirata. Bastò il sospetto per affibbiargli l’aggettivo peggiore per uno sportivo: dopato. E da lì che tutto ha avuto inizio: il declino del Pirata che cade in depressione e si rifugia proprio nella sostanza. I genitori e gli amici (su tutti Michael Mengozzi e la manager Manuela Ronchi) fanno di tutto per stare accanto al campione ferito, ma lui si allontana, si isola. Va a in un hotel di Milano, l’Hotel Touring, i suoi genitori lo lasciano fare in ossequio ai consigli dei responsabili della Comunità di San Patrignano: una volta toccato il fondo sarà lui a tornare. Le cose non andranno esattamente così. Marco Pantani dal 31 gennaio al fatidico giorno di San Valentino del 2004 resterà in totale isolamento, tranne probabilmente alcuni spostamenti per comprare la cocaina, e stando alle ricevute di pagamento un ospite ricevuto nella sua stanza del residence “Le Rose” di Rimini. Poi il baratro, il delirio causato dalla droga, la morte in quel sabato 14 febbraio. Non voleva essere disturbato da nessuno e aveva chiesto in portineria che nessuno entrasse in camera neanche per mettere ordine. Poi il portiere insospettito salì e lo trovò morto, adagiato di fianco...

Zeno Ferigo è un giornalista veneto che oltre ad opere poetiche e romanzi si occupa da sempre di tematiche calde e di difficile trattazione. Ha scritto 4 gennaio: la maledizione sul caso dell’aereo caduto a Los Roques con quattro italiani a bordo, è penetrato negli scandali del mondo ecclesiastico con Il fumo di Satana tra le mura vaticane e con Serpenti ha scritto del recente Sinodo dei Vescovi e delle difficoltà che Papa Bergoglio sta avendo nel suo tentativo di riformare la Curia. Anche la trattazione del caso Pantani rientra fra questi argomenti spinosi. Sono passati oltre dodici anni dall’epilogo della parabola sportiva e umana del ciclista di Cesenatico, l’unico a essere stato in grado di risvegliare in tutti gli italiani l’entusiasmo sopito sin dai tempi degli epici duelli fra Fausto Coppi e Gino Bartali. Dei due grandi campioni del passato Pantani aveva il carisma e il gusto per l’impresa, che non di rado colorò di toni quasi epici le sue performance in sella. È per questo motivo che viene definito “l’ultimo trascinatore di folle”, un corridore incredibilmente umano nel mostrarsi debole e fragile eppure allo stesso tempo in grado di rialzarsi grazie al suo temperamento unico. Ha vinto poco il Pirata: solo trentaquattro gare in carriera, quasi una miseria, eppure era il suo modo di essere e di affrontare le difficoltà che coinvolgeva il pubblico, quando il percorso diventava salita e lui si alzava sui pedali (nelle gare e metaforicamente nella vita), facendo piazza pulita delle difficoltà. Lo scopo dell’autore in questo dettagliatissimo saggio (forse persino troppo dettagliato, in alcune parti sarebbe stato preferibile un alleggerimento complessivo dei dati) è attraversare in maniera analitica tutte le fasi della caduta di Pantani. Era una vittima sacrificale che il sistema esigeva? Fu avventato l’atleta a mettersi contro il mondo del ciclismo con le sue dichiarazioni che minacciavano lo sciopero a causa dei controlli eccessivi? È vero che il valore dell’ematocrito salì in maniera incomprensibile quando la mattina stessa era nella norma? È che dire delle dichiarazioni insinuanti del boss milanese Vallanzasca sul giro di scommesse contro Pantani nel 1999? Ancora oggi la vicenda vede evoluzioni continue, quel che appare evidente è che al mondo del ciclismo Pantani manca e tanto, e che questo sport e il doping purtroppo da moltissimo tempo sono due cose che vanno a braccetto.



 

 

 

 
 
 
 

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