Paolina

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Paolina, quindici anni, scopre di essere incinta di tre, forse quattro mesi. Ha lasciato la scuola da poco perché a scuola si sente prigioniera, le manca il fiato. Deve decidere cosa fare, si sente confusa, si vergogna di stare davanti all’uomo con il camice bianco e la faccia seria, non sa cosa dire. Ha poco tempo per prendere una decisione. Uscita dallo studio medico, s’incammina per le strade di Roma, alla ricerca del ragazzo che potrebbe essere il padre del bambino. A volte le piacerebbe sparire, poiché ha la sensazione di essere invisibile per le strade della sua città, vorrebbe che qualcuno la notasse, si accorgesse di lei. “Spesso neanche mia madre mi vede…”, pensa Paolina, “oppure sì, ma è come se fossi un ricordo sfocato e non una persona che cambia ogni giorno – come se fossi una fotografia di tanti anni fa, in bianco e nero”. Paolina vorrebbe dire alla madre della sua nuova condizione, ma forse è inutile perché “ognuno deve risolversi i suoi problemi senza infastidire gli altri”, pensa, “…tanto nessuno può fare niente per me”. A quindici anni bisogna essere in grado di cavarsela, basta non prendere decisioni, che comunque sarebbero sbagliate. Immagina come sarà il suo bambino, se sarà maschio o femmina, se starà bene, se sarà biondo con i boccoli “come gli angeli scolpiti nelle chiese” oppure “uno sgorbio, uno schifo disumano”. Tanto non si può prevedere nulla, nessuno sa cosa accadrà domani, e, presa dai suoi pensieri, continua a camminare per la città…

Ancora una volta, Lodoli ambienta il suo ultimo romanzo nella sua città, tutt’altro che vivibile e accogliente, ma piuttosto arrabbiata e difficile. La Roma che fa da sfondo non è quella del centro storico, dei capolavori e dei monumenti eterni. È la Roma – reale e neanche troppo periferica – dei quartieri ai suoi margini, che lo scrittore ritrae perfettamente nella loro attuale decadenza: Piazza Annibaliano “è cemento, pezzi di prato secco e mozziconi di alberi che aspettano di crescere”, piazza Conca d’oro “è uno spazio immenso e spampanato da cui fuggono traverse in tutte le direzioni”, lo stadio Flaminio di Pier Luigi e Antonio Nervi, “un tempio abbandonato”. La protagonista, Paolina, è un’adolescente di quindici anni, incinta e in cerca di risposte. Lodoli, con la sua pluriennale esperienza di professore nella scuola superiore, racchiude in Paolina la fragilità, i dubbi, le insicurezze, ma anche la freschezza di una quindicenne delusa dalla scuola che ha lasciato, che si ritrova da sola (poiché la madre è incapace di prendersi cura della figlia) ad affrontare qualcosa di troppo grande e difficile da gestire alla sua età e si interroga. E cammina Paolina, quasi a volerci mostrare l’immensa città, frenetica e indifferente, attraversandola da un quartiere all’altro, in cerca dei tre ragazzi con cui ha avuto una breve storia, possibili padri del figlio che ha in grembo. Giovani come lei, che rimangono disinteressati ed estranei alla notizia della gravidanza, troppo presi dalla loro quotidianità e dai loro problemi, ben più importanti. Solo la zingara Samira, che Paolina incontra per caso “all’imbocco della voragine” della metropolitana, sembra non essere indifferente alla ragazza ed è proprio nella zingara (un personaggio ai margini come alcuni personaggi dei romanzi di Lodoli), che Paolina trova quell’umanità che gli altri sono incapaci di manifestarle. Con un linguaggio semplice ed incisivo, lo scrittore riesce a regalarci un romanzo breve, ricco di riflessioni profonde, scorci di atmosfere pure e speranza in una realtà quotidiana cinica e spietata.



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