Paolo Nori riscrive il Morgante di Luigi Pulci

Paolo Nori riscrive il Morgante di Luigi Pulci

La letteratura è tutto fuorché un sistema chiuso. Vivo, vibrante, interconnesso nello spazio e nel tempo. Cosicché rileggere un classico può diventare occasione per riflettere, scoprire, stabilire collegamenti tanto astrusi quanto illuminanti. Ad esempio, cosa può accomunare un poeta italiano quattrocentesco a Puškin. Cosa possono dirci le teorie dello strutturalismo russo sulla letteratura nostrana. O ancora, ci si può stupire di come un’opera scritta oltre cinque secoli fa risulti straordinariamente comprensibile al lettore d’oggi fin dalle prime righe. L'opera in questione è il Morgante, commissionato da Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo il Magnifico, al più noto poeta in volgare della corte medicea, Luigi Pulci. Un autore “strano” per i suoi tempi, tacciato di eresia e sepolto infine in terra sconsacrata. I trentamila e più versi del suo poema eroicomico in ottava rima, “picareschi” nel senso in cui la storia del paladino Orlando e del gigante cui si intitola il poema, antieroe per eccellenza armato di un enorme batacchio, si appropria dello “spazio e il tempo del girovagare”, riprendono e sviluppano, in bilico tra sacro e profano, topoi, personaggi e situazioni del ciclo carolingio. Non assurto a ruolo di autorità, il Pulci, eppure, come sostiene l’autore di questa singolare analisi, “uno che rimane”...

Riscrivere un classico è davvero possibile? E ancora: che si riscriva un classico, è cosa sperabile? Sono le domande che affiorano al primo incontro con questo libro di Paolo Nori, edito BUR Rizzoli nella collana “I grandi classici riscritti”. Per scoprire poi che, in effetti – e forse, per fortuna –, si tratta di un’impresa impossibile. “La cosa che mi è stata chiesta, di raccontare in prosa il Morgante di Pulci, è una cosa impossibile, secondo me”. Nori raccoglie comunque la sfida (“E, essendo impossibile, è una cosa che vale la pena di provare a fare [...]”), imbarcandosi non già in una riscrittura, bensì nella stesura di cinque singolari discorsi attorno al Morgante di Pulci. Una prova difficilmente classificabile, ibrida, un libro “lungo, divagante, disperato e con un titolo complicato”, come lo definisce scherzosamente l’autore stesso. Il capolavoro di Pulci diventa oggetto di un’analisi discontinua ma intrigante, occasione per spaziare negli argomenti più disparati, di argomento letterario e non: dai russi di cui Nori è profondo conoscitore alle contraddizioni dell’Italia contemporanea, da Gogol’ a Molière, passando attraverso riferimenti a (ebbene sì) Saragat e alla regina Elisabetta. Tanto materiale eterogeneo, un magma apparentemente inconciliabile, è tenuto insieme dalla cifra ben nota di Nori. I suoi discorsi sembrano farsi nell’atto della lettura, hanno il ritmo dell’oralità e il sapore di una chiacchierata. Il parmigiano procede per aneddoti, associazioni, riflessioni immediate e sviluppate come un irrefrenabile monologo – con uno spiccato gusto per le tinte “vernacolari” e la ripetizione, a tratti sconfinando in certi virtuosismi difficili da seguire, un gioco di scatole cinesi non di rado nutrito di autoreferenzialità. Solo alla fine l’oggetto della “riscrittura”, può parlare con la sua viva voce alla fine, nell’Appendice, che offre una selezione di cantari tra i più gustosi dell’opera. Una prova che fa un po’ girare la testa, tanto è ricca di idee, spunti, appassionati e bizzarri ragionamenti. L’effetto ultimo e forse più apprezzabile dell’analisi di Nori appare, ad ogni modo, quello di tirare fuori dall’oblio un piccolo capolavoro misconosciuto, per offrirlo a, chissà, platee più vaste di quella scolastica e accademica. Non mancando di ribadire nel mentre la poliedricità di quella “specie di carnevale permanente” che è, secondo una felice definizione di Bachtin, la letteratura.



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