Paolo Virzì – Fuoriclasse della commedia italiana

Paolo Virzì – Fuoriclasse della commedia italiana

Tutto dice che Paolo Virzì è oggi il principale, il più certo, accreditato, importante e significativo erede di una scuola molto speciale e dall’identità molto riconoscibile, molto forte. Quella della commedia cinematografica italiana. Della “commedia all’italiana” classica, quella della maturità, quella fiorita tra anni ’50 e ’70, quella che ha conosciuto il suo apice intorno al 1960, in pieno boom o miracolo economico. Quella che si è espressa attraverso due fondamentali direzioni. La satira di costume sulla contemporaneità, sull’oggi di una modernizzazione impetuosa tanto eccitante quanto squilibrata, osservata all’insegna di un’ibrida e fertile mescolanza di distanza critica e coinvolgimento complice: iniziando da I soliti ignoti, proseguendo con Il sorpasso, Divorzio all’italiana, I mostri. E quella che si è incaricata di rileggere la storia nazionale, il passato recente, alla luce di una moderna sensibilità, sotto la lente dell’umorismo, del disincanto, della demistificazione di ogni retorica: La grande guerra, Tutti a casa, Una vita difficile, fino a C’eravamo tanto amati

Nato in occasione della retrospettiva/omaggio a Paolo Virzì che si è tenuta a Berlino con il patrocinio di IFF Berlin e dell’istituto italiano di cultura che ha sede nella capitale tedesca tra il 6 ottobre e il 27 novembre 2016, questo agilissimo volumetto corredato di bellissime immagini di scena e non solo e che racchiude una doppia versione, una in italiano, l’altra in tedesco, degli stessi testi, tra cui i contributi di Alessio Accardo, Gabriele Acerbo e Paolo D’Agostini, è un’analisi compiuta e al tempo stesso, anche grazie a qualche incursione nell’aneddotica, un ritratto efficace e divertente di uno dei più importanti cineasti italiani degli ultimi anni, ripercorrendo la sua produzione, rielaborazione contemporanea e originale delle istanze del cinema di Risi, Scola e Monicelli, anche contestualizzandola a livello storico, sociale, politico. Da La bella vita ‒ storia di passioni e frustrazioni mentre a Piombino le acciaierie vengono dismesse ‒ a Ferie d’agosto, scontro a Ventotene tra due comitive in vacanza, una radical chic fino al midollo e l’altra completamente immersa nel mood del classico generone romano, dall’agrodolce Tutta la vita davanti, sul mondo del precariato che uccide ogni speranza, al capolavoro La prima cosa bella, con una monumentale Stefania Sandrelli (ma tutto il cast è in stato di grazia) che dà corpo all’amore più grande possibile, quello verso una madre lieve che in buona fede ti rovina e insieme migliora la vita. Per non parlare di Ovosodo, Il capitale umano, La pazza gioia e tutti gli altri lavori del regista livornese.



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