Paradiso Boulevard

Paradiso Boulevard
Rudy Paradiso abita con Joyce a Los Feliz, un quartiere di immigrati e night club a Los Angeles. È il 1951 e lui si è trasferito lì da appena tre mesi per raggiungere quell'adorabile ragazza che le ha inviato per Natale un biglietto di sola andata. Ora Rudy si guadagna da vivere lavorando per un’agenzia per interpreti: accompagna giovani coppie di immigrati italiani davanti all’assessore per le unioni civili. Il suo mondo è il Mondingo, un locale ricavato in una chiesa sconsacrata e gestito da un armeno dai gusti eccentrici, dove lavora Bobby Froig, una delle prime persone che Rudy ha conosciuto a Hollywood. Dal venerdì alla domenica, anche Joyce lavora al Mondingo: in questo modo non deve chiedere l'aiuto a nessuno, neanche alla sua famiglia di ricchi proprietari immobiliari. Il motivo e la scusa per allontanarsi dalle solide certezze e dal futuro prestabilito da suo padre è però un altro: la partecipazione ad un concorso per aspiranti scrittori di cinema. Joyce ha un anno di tempo per preparare la sua sceneggiatura e lavora sodo. Rudy invece si è adattato presto agli eccessi degli italiani del suo nuovo rione, dove non ha trovato traccia del senso di sacrificio e del lavoro duro che anima gli italiani di New York, dove ha vissuto. Altro locale che Rudy frequenta è il salone di Sal, diminutivo yankee di Salvatore, il barbiere sotto casa, punto di riferimento degli numerosi italiani del quartiere. Dopo una scazzottata negli Studios di Hollywood, è nel salone di Sal che Rudy si rifugia - e lì lo trova, per riportargli il portafoglio, Westy LeRoy, sceneggiatore ambizioso. Rudy lo accompagna ad una festa, quella sera, e da lì all'incredibile turbinio di eventi che lo travolge, per Rudy è un tutt'uno quasi inevitabile...
Rudy Paradiso a 84 anni ha deciso di raccontare i suoi vent'anni in questo libro, o almeno questo recita l'editore nel risvolto di copertina. Roberto Carnero su L'Unità ha insinuato il dubbio che piuttosto Rudy Paradiso “sia lo pseudonimo di un giovane scrittore esordiente, magari formatosi alla scuola Holden di Baricco a massicce dosi di John Fante e Andrea De Carlo”. Perché la sua scrittura avvincente e il ritmo del romanzo, secondo lui, “mal si conciliano con l’immagine di uno scrittore ottantaquattrenne che abbia finalmente deciso di tirare fuori dal cassetto il manoscritto della sua vita”. In effetti ci piacerebbe conoscerlo, questo splendido ottantenne, che ha vissuto la Los Angeles spregiudicata e maccartista degli anni '50. Dove veniamo trasportati da una macchina del tempo, ritrovando, però, tanti spunti della contemporaneità. Altro dubbio sulla vera identità dell'autore ci viene cercando quasi automaticamente il nome del traduttore: ci aspetteremmo che un italo-americano nato a New York scriva in inglese. Invece no, il romanzo-biografia è scritto in italiano. Un italiano scorrevole, intenso, senza smagliature. Con uno stile diretto, attuale, per niente cerebrale.

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