Parole contro la paura

Parole contro la paura

Sono trascorsi pochi mesi da quando è iniziato tutto, da quella lontana città cinese di Wuhan, capoluogo della provincia di Hubei. Il 31 gennaio il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario a causa del virus Covid-19 e il 9 marzo l’Italia è già in lockdown. Le misure di contenimento per contrastare il coronavirus sono estese all’intero territorio nazionale. Due giorni dopo il capo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara la pandemia. Le vite di tutti sono stravolte e inizia il cosiddetto “tempo sospeso”, la convivenza o “casalinghitudine” forzata. Ma “che cosa pensano, cosa provano, come si raccontano e come raccontano l’emergenza le persone oggi, intrappolate in questa situazione, che molti non esitano a definire distopica?”. Quali sono le parole che descrivono icasticamente questo periodo e che affollano il mondo delimitato in cui si è costretti a vivere? Ci sono immagini che possano documentare questa quotidianità surreale, ma che siano durature e, come scrive Italo Calvino in Lezioni americane, “non si dissolvano immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria”?

Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale, già Twitter Manager presso l’Accademia della Crusca, vuole rispondere a queste domande attraverso un esperimento sociologico che coinvolge i frequentatori del suo profilo Facebook. A costoro chiede di elencare parole venute loro in mente pensando a questa parentesi temporale. Divide le risposte ricevute per ordine alfabetico e per ogni lettera crea una “nuvola” di vocaboli, inserendovi anche termini collaterali (divisi nei due filoni della Panmedìa e dello Zeitgeist) ma comunque rilevanti all’obiettivo perseguito. Il risultato, molto interessante e in linea con la mission della collana Clouds Longanesi, è “un album di polaroid di parole che racconta lo spirito del tempo di questi giorni sospesi”, una galleria di immagini durature, un affresco della società al “tempo della pandemia”, dipinto con il linguaggio del popolo. Nel breve e piacevolissimo e-book si legge di antifragilità (che sembra prendere il posto di resilienza) e di benaltrismo, si apprende l’etimologia di cazzo (inteso come esclamazione) o dell’impiego scorretto di alcuni anglicismi come homeschooling (al posto di distance learning) o l’abusato smart working (gli inglesi in realtà parlano di remote working o working from home). Interessanti la nascita del termine coronazi (non solo per battezzare Viktor Orbán) o il neologismo infodemia. Incuriosiscono anche il dialettale napoletano Pucundria, (una specie di saudade portoghese o Sehnsucht tedesca) o il verbo sintetico tamponare, inteso come atto di eseguire un tampone diagnostico su qualcuno, frutto di una risemantizzazione funzionale. Stimolanti sul piano dell’apprendimento gli accenni etimologici, che pur frequenti non intralciano una scrittura limpida e lineare. Scorrendo le lettere dell’alfabeto si viaggia nel linguaggio dei parlanti, che Tullio De Mauro considera i veri protagonisti della lingua, lungo un perimetro all’interno del quale non trova spazio la comunicazione dei linguisti o di fonti ufficiali. Nella speranza di cristallizzare un intervallo di tempo che lascerà sicuramente un segno, ma che forse sembra avviarsi a conclusione.



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