Passeggeri

Passeggeri
La stanza è in frantumi, al suo risveglio. Posacenere pieni, mozziconi di sigaretta ovunque. Molti hanno tracce di rossetto. È stato in compagnia di una donna o forse di diverse donne. Chi può saperlo? Lui no di certo. I pensieri rimbombano dentro la testa. Sono pensieri confusi, domande senza risposta. Cosa avrà fatto col mio corpo l'ultimo passeggero? Bocca secca, sapore orribile ovunque. Avranno usato la bocca per mangiare cosa? Fanno anche questo, eh: fanno di tutto quando sono nei corpi umani...
Insignito del prestigioso premio Nebula nel 1970, questo racconto appartiene alla seconda e più importante fase della produzione di Silverberg. Nato come autore di storie avventurose, presto l'autore passò a narrare temi più complessi e "impegnati" contribuendo al famoso passaggio dalla fantascienza come genere popolare alla fantascienza come letteratura evoluta e, dunque, collocandosi appieno fra gli autori della cosiddetta New Wave. Utilizzando un classico stile stream of consciousness, iniziato da autori come Svevo e Joyce, Silverberg qui mette a nudo ogni sorta di straniamento dalla normale condizione umana. Il tema verrà poi sviluppato meglio nel successivo romanzo Morire dentro (1972), ma già in Passeggeri il tema è ben evidente nella sua drammaticità. La violazione del proprio corpo conduce alla perdita dell'Io, di se stessi. La realtà appare come frammentata in una serie elementi caotici, il disordine esteriore non è altro che lo specchio della propria condizione. La ricerca di un proprio ordine è, allora, anche ricerca di sé e l'avventura si sposta dal mondo futuro alla propria frammentata coscienza.

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