Passeggiando nella periferia romana

Passeggiando nella periferia romana

Il turismo di massa è da sempre concentrato sulla narrazione dei centri storici cittadini ma da qualche anno si sono sviluppati parallelamente due fenomeni: quello della gentrification e quello del turismo urbano che, grazie alle numerose attività di riqualificazione di aree dismesse ed alla street art di muralisti internazionali hanno posto sotto nuova luce gli agglomerati urbani. Senza arrivare alla spettacolarizzazione del degrado come avviene con gli “Urban Safari Tour” nelle favelas di Rio de Janeiro o a Charleroi, la Roma delle “borgate” offre delle peculiarità ricche di storia, di racconti e di vissuto presente. Perché Roma è una città policentrica e la “borgata” si misura con parametri storico-socio-identitari e non con la distanza dal Campidoglio, soprattutto se si parla delle 12 borgate “ufficiali” volute dal fascismo e nate con l’intento di allontanare i ceti popolari dal Centro, soggetto a massicci sventramenti per dare respiro a quella città-vetrina che avrebbe voluto tornare ai fasti di una Roma Imperiale. Lo stesso vocabolario Devoto-Oli asserisce che la definizione di “borgata” a Roma assume una declinazione del tutto peculiare e ci si ritrova a passeggiare in ambiti in cui i casermoni anni ’60 sono abbelliti da muralisti internazionali e convivono con un’architettura talvolta di pregio estetico degli anni ’20, casali di campagna, spazi di archeologia industriale nei quali si svolgono attività ricreative, ville patrizie e acquedotti, per magari ritrovarsi nei luoghi (tanti) che furono propri dei capolavori del cinema Neorealista e delle opere letterarie di Moravia, Pasolini, Morante… e perché non fare pausa in una delle tante trattorie ancora vive e vegete per approfondire la lettura?

Collocandosi tra la guida turistica alternativa, il trattato di urbanistica sociale e il saggio storico “per non addetti ai lavori”, trova uno dei tanti pregi proprio in quest’ultima definizione dell’autrice stessa. Il tono informale, privo di pedanteria e corredato da qualche aneddoto personale rendono piacevole la lettura offrendo spazi di riflessione sociale soprattutto nel capitolo “Passeggiate periferiche”. Non tralasciando i necessari cenni documentali, la “guida” si arricchisce di segnalazioni utili per chi volesse intraprendere il tour e per chi comunque ha interessi a tutto tondo poiché nella narrazione non mancano ricordi che arrivano all’ultima guerra, citazioni cinematografiche e letterarie. Ricorda in questo la saggistica del compianto Storico professor Mario Sanfilippo (uno su tutti il suo “San Lorenzo 1870-1945. Storia e storie di un quartiere popolare romano”) a dimostrazione che di tutto si può scrivere se lo si fa aggiungendo piacevolezza alla competenza. Solo una precisazione fatta con simpatia: “Il palo della morte” suggestione del libro e luogo d’appuntamento nel film “Un sacco bello” di Verdone è (era) sì, situato tra Tufello e Vigne nuove ma il protagonista Sergio non si incontra con Martucci Ennio ma con Enzo, e i due devono andare in Polonia e non in Cecoslovacchia.



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