Passi

Nella stazione invernale dove fa il maestro di sci c’è un sanatorio per tubercolotici. Lui s’inventa una scusa per visitarlo e conosce una malata con la quale intreccia una relazione intima. Cosa lo attrae realmente in lei, il rischio, la sofferenza, la percezione della fine imminente? Chi fa cose simili ha un nome ben preciso, gli dice una suora: hyaenidae, iene, che se ne stanno acquattate intorno ai corpi in attesa della morte... Troppo debole e magro per faticare nei campi, un vagabondo è diventato lo zimbello di tutti. Lo picchiano, gli sputano in faccia per divertirsi, e c’è chi per un’inezia arriva a frustarlo a sangue. La sua vendetta è perfida. Prende alcuni ami da pesca, li impasta nella mollica di pane. Poi attira la figlia più piccola dell’agricoltore che lo ha staffilato e glieli fa inghiottire, una pallina dopo l’altra... Dopo aver cercato di uscire senza successo con una collega d’ufficio, un impiegato si confida con un amico, che si presta a stabilire un rapporto d’affari tra la propria azienda e quella del suo datore di lavoro. L’intermediario incontra la donna, la seduce, poi come prova d’amore le chiede di lasciarsi possedere, bendata, da uno sconosciuto. Così lui può diventarne l’amante e tenerla fra le braccia sottomessa, vinta, ignara... Da quando la sua compagna è stata stuprata da quattro mascalzoni sotto ai suoi occhi, un uomo non ha più potuto vederla che come un oggetto da dominare, sondare, esplorare. Una sera, a una festa, sussurra in segreto agli altri ospiti che, prendendola per il verso giusto, potranno approfittarne. E rimane a guardare mentre loro la sollevano da terra e la portano verso la camera da letto. Fra le tante mani che palpano e frugano, la collana che la ragazza ha al collo si rompe e i grani iridescenti si sparpagliano a terra. Perle ai porci...
È un lui sempre anonimo e di volta in volta diverso a parlare in prima persona in tutti questi racconti (tranne che nell’ultimo). La sua voce algida, distaccata, chirurgicamente precisa, descrive abiezioni e malvagità in una sequenza di frammenti che come flash in una nebbia sporca illuminano episodi disturbanti di violenza fisica e psicologica. Non c’è legame apparente fra questi “piccoli tableaux allegorici”, come li chiama David Foster Wallace. Non ci sono né un tempo né un luogo precisi a far da sfondo. Non ci sono nemmeno personaggi a tutto tondo: sono le azioni a identificarli e si tratta di azioni vili per chi le compie e avvilenti per chi le subisce. Alcuni dettagli suggeriscono situazioni di guerra o di totalitarismo, di degrado urbano o miseria rurale, ma tutto sfuma nell’indefinito. Come se una collocazione storica più realistica venisse a sottrarre universalità a ciò che invece vuole essere chiaramente metaforico: l’ambiguo abisso lungo il quale si muovono i passi suggeriti dal titolo. Passi che chiunque potrebbe compiere, come appunto fanno i protagonisti: persone normali, qualunque, ma con quel germe di marciume dentro che parrebbe connaturato all’animo umano. Vincitore con questo libro del National Book Award nel 1968, Jerzy Kosinski - emigrato negli Stati Uniti nel 1957 - usa con abilità una lingua non sua e con la sua prosa levigata ci accompagna sulle soglie di un orrore che sconvolge per quanto è ordinario, quotidiano, vicino alle nostre esistenze. Non sappiamo quanto ci sia di autobiografico in queste pagine, ma i passaggi in corsivo che inframmezzano il testo fanno pensare a uno svelamento di sé, a un continuo rimando dalla finzione al vissuto personale. Restiamo affascinati da queste inquietanti parabole, così elegantemente scritte. Ma il loro fascino si lascia dietro un attaccaticcio senso di disagio, come la scia bavosa di una lumaca. Perché queste storie ritraggono un universo crudele di cui anche noi facciamo parte e nel quale, per un capriccio del destino o un incrocio perverso di circostanze, anche noi potremmo ritrovarci all’improvviso a recitare la parte della vittima o del carnefice.

 

 

 

 
 
 
 
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