Passo d’uomo

Antonio Gnoli, già responsabile delle pagine culturali del quotidiano “la Repubblica”, e Francesco De Gregori, celeberrimo cantautore noto – oltre che per le sue ballate sghembe e raffinate e per i suoi cappellini – per il suo carattere schivo fino ai limiti dello scostante, si conoscono a cena a casa di amici. Chiacchierano fino a tardi (soprattutto di romanzi noir, una comune passione) e iniziano poi lentamente e con una certa diffidenza a progettare un libro assieme, una conversazione in diverse tappe più che un’intervista. Gli incontri si susseguono. Gnoli in alcuni momenti è costretto a seguire il cantautore in tour: viaggi in pulmino, ristoranti, alberghi, soundcheck. De Gregori parla di sé “a passo d’uomo”, ripercorrendo innanzitutto la sua infanzia: nato a Roma, nel quartiere Monteverde, si trasferisce ancora piccolo a Pescara, al seguito del padre bibliotecario. Sono gli anni ’50, l’Italia sta ancora raccogliendo le macerie della Seconda guerra mondiale e si appresta a ripartire. La famiglia De Gregori torna a Roma, c’è un’adolescenza da raccontare, con la passione per la musica incoraggiata da un fratello più grande. Ma prima c’è spazio per parlare di Fellini, Simenon, Bob Dylan…

Abbastanza sorprendente il leit motiv (a tratti un vero e proprio tormentone) di questo libro, che non è – come ci si sarebbe potuti aspettare – la celebrazione di una carriera che attraversa quasi mezzo secolo di storia italiana o il racconto di chissà quali retroscena gustosi: è la triste storia delle aspettative deluse dell’intervistatore e dei suoi siparietti con l’intervistato. Antonio Gnoli, anacronistica icona dell’intellettuale di sinistra italiano antiamericano a prescindere che odia la televisione e la narrativa mainstream, che tuona contro il consumismo, che disprezza il denaro, che fa finta che non esista un’industria culturale, è terrorizzato – per non dire schifato – dalla fruizione spontaneistica, naif, “di cuore”, senza mediazioni culturali dell’opera d’arte da parte del pubblico che invece De Gregori (un De Gregori inatteso, per certi versi inedito) nelle sue risposte sovente qui esalta o peggio teorizza. “(…) Se io limitassi questa percezione alla pura e semplice dimensione dionisiaca, danzante, mi precluderei tutto il discorso sull’arte contemporanea”, afferma scandalizzato Gnoli ad un certo punto, in risposta all’ennesimo proclama antintellettualistico di De Gregori, novello campione della cultura pop che “non ha alcun pregiudizio” su chi ama mangiare negli autogrill e si entusiasma per i cinepanettoni, che si dichiara fan scatenato di Checco Zalone (apriti cielo). Molto divertente seguire la traiettoria di Gnoli, che inizia l’intervista con il compiacimento di chi si trova (o meglio, crede di trovarsi, come scopriremo ben presto) al cospetto di un artista che incarna la sua visione del mondo, la sua estetica. Poi lentamente si fa strada in lui la consapevolezza attonita che De Gregori è – o vuole sembrare, il che è lo stesso – molto diverso dal santino radical chic che il giornalista tiene in tasca. E infine rimane solo un acido disincanto: la divergenza d’opinioni diventa quasi battibecco, e arrivano frecciate di Gnoli al cantautore davvero clamorose ma esilaranti, del tipo: “Quando non ti conoscevo, l’immagine che avevo di te era di una persona intellettualmente elegante” (sic!). Questi siparietti purtroppo però non bastano per rendere Passo d’uomo qualcosa di più di una lettura piacevole. Ed è un giudizio fin troppo benevolo per un libro su di un musicista in cui praticamente non si parla mai di musica.



 

 

 

 
 
 
 

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