Pat Hobby

Pat Hobby
Pat Hobby è uno sceneggiatore travolto dagli ondivaghi umori degli studios di Hollywood. Un tempo ha conosciuto grande fortuna,  accumulato e speso un mucchio di denaro, quando il cinema era ancora muto il suo nome contava qualcosa nel giro. Adesso gli anni sono passati, così come la sua fortuna e non ultima la sua ispirazione. Il sonoro non ha contribuito solamente alla scomparsa di tanti attori e registi che non hanno saputo adattarsi al cambiamento, ma ha affossato anche sceneggiatori come lui, che pur lavorando spesso nell'ombra, erano la spina dorsale dell'industria cinematografica hollywoodiana. Ora Pat Hobby ha in mano una bottiglia e il biglietto della corsa dei cavalli sulla quale ha appena scommesso. Nient'altro...
Francis Scott Fitzgerald è un nome che al grande pubblico cinematografico può risultare sconosciuto o quasi. Sono in pochi a riconoscerlo come lo scrittore dei racconti e dei romanzi che hanno dato vita a film come “Il grande Gatsby” e “Gli ultimi fuochi”, ultima pellicola firmata da Elia Kazan. Sono ancora meno quelli che affollando i multiplex di mezzo mondo sapevano che guardando “Il curioso caso di Benjamin Button”, avrebbero assistito alla trasposizione di un racconto breve che Fitzgerald aveva scritto oltre ottantanni prima. Visto così il matrimonio tra lo scrittore americano e il cinema appare felice e duraturo. Peccato che tutto questo successo sia più che postumo. Scott Fitzgerald muore nel 1940 a seguito di una vita fatta di chiaroscuri, dopo aver folleggiato nell'Età del Jazz grazie al successo dei suoi primi romanzi, ed essersi abbandonato all'alcol e alla depressione a seguito del fallimento dei suoi libri successivi e del suo conflittuale rapporto come sceneggiatore ad Hollywood. E' al periodo più buio della sua vita che si deve la creazione del geniale personaggio di Pat Hobby, sorta di alter ego dello scrittore, attraverso il quale Fitzgerald racconta le sue disavvventure al soldo dell'industria cinematografica. Diciassette racconti pubblicati postumi sulla rivista Esquire e solo successivamente raccolti in modo organico in un volume, con cui lo scrittore sembra voler lasciare una sorta di autobiografia, ironica e brillante, ma non priva delle malinconiche ombre che attanagliavano il quotidiano di Fitzgerald negli ultimi anni della sua breve esistenza. Tutto d'un fiato per un viaggio dolceamaro nell'industria cinematografica americana degli anni d'oro.

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