Paula

Paula
Paula ha ventotto anni, è cilena ma vive a Madrid col marito Ernesto. È bella, intelligente, innamoratissima e … felice. Si ammala di una malattia rarissima, la porfiria, e cade in coma. Sua madre, Isabel, scrittrice cilena che in quel momento si trova nella capitale madrilena per promuovere uno dei suoi libri, accorre subito in ospedale per starle vicino in quel momento buissimo. Inizia a scriverle una lunga lettera nella quale le racconta la storia della sua vita con la speranza che possa servirle “per poter incollare i frammenti del suo passato” quando si risveglierà dal coma senza più ricordi. Le narra la storia della sua infanzia, le cotte giovanili, le scorribande con i fratelli e i “giochi bruschi” con gli adorati zii. Scrive i ricordi che ha della sensitiva nonna Memè e dell'amatissimo nonno Tata e quei pochi che ha del papà Tomàs, cugino del futuro Presidente cileno Salvador Allende. Le parla delle sue passioni, del suo lavoro, della sua fuga dal Cile dopo il golpe di Pinochet. Paula, intanto, apre gli occhi ma il suo stato vegetativo permane ed Isabel, in un modo che solo le mamme sanno fare, organizza il tutto per portarsela in California, dove, fino al momento prima del tragico momento, viveva con l'amatissimo Willie...
Isabel è la scrittrice Isabel Allende. Una donna. Una mamma. Soprattutto, una mamma. Una mamma che affronta la peggiore delle battaglie possibili, quelle che non si augurano nemmeno ai nemici più infami: la malattia della propria bambina, quella bambina di ventotto anni che giace ferma come un vegetale in un letto a causa di una gravissima malattia che la paralizza senza (sembra) ritorno. È come una favola della buonanotte, questo libro, solo che la bambina ha sempre gli occhi chiusi e anche quando li riapre restano fissi a guardare il vuoto. Attraverso questo intimo e commovente racconto, Isabel ci fa entrare nella sua anima soffocata dalla tristezza e dal dolore lancinante, ci confida le sue angosce, i suoi pensieri più profondi che la invadano durante le interminabili attese nei corridoi dell'ospedale, “i corridoi dei passi perduti”, per restituirci il quadro di una piccola donna indistruttibile, una donna arguta, intelligente ed indipendente, una donna ingenua, istintiva, ironica, con un passato pieno di risate e di cicatrici, di mancanze e di legami, di abbondanza e di abbandoni, di leggerezza e di impegno. E ci restituisce, insieme, il quadro di un precario e fragile Cile, nel suo periodo più sanguinolento e di terrore, e il quadro di un'epoca, non troppo lontana, ma molto diversa da quella di oggi. Isabel Allende ci regala questa intensa autobiografia sotto forma di lunga lettera, un'autobiografia che ripercorre le tappe fondamentali della vita della scrittrice cilena “senza luoghi, date e nomi”, con ricordi spesso confusi ed errati, come lei stessa anticipa nelle prime pagine. Il quinto romanzo della celebre scrittrice cilena si presenta come un equilibrato affresco della sua vita e del suo paese le cui pennellate di malinconia, di ricordi, di spensieratezza e dolore si coniugano amabilmente con una scrittura che scorre delicata, fluida con curve, saltelli e piene, proprio come un fiume. È tangibile la sua impotenza che però non si traduce mai in arrendevolezza, neanche quando tutto sembra più nero. La sua è una di quella autobiografie “improvvisate”, che partono spontanee come soliloqui irrefrenabili, come sfogo a quello che di bello e di brutto la vita ci ha donato, come un modo per stemperare la tensione quando ne abbiamo davvero bisogno, più di una camomilla, più del valium. Un modo per rimanere a galla quando si sta affondando nel dolore. E di speranza ce n'è davvero poca.

 

 

 

 
 
 
 
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