Paura e tristezza

Paura e tristezza

Campagna volterrana. Tre alabastrai si fermano a far merenda al sole, a pochi passi da un precipizio che si apre sul panorama della vallata sottostante. Tra gli alberi da frutto fioriti ed il grigio degli olivi si intravede il sole che già si abbassa all’orizzonte verso la Val d’Era; ed è proprio all’orizzonte che i tre ragazzi scorgono la sagoma esile di una bambina, le magre gambe infilate in paio di scarponi che la fanno sembrare ancor più minuta. È Anna: sua madre fa la lavandaia e si è recata in città a ritirare i panni da lavare. Lei le va incontro come ogni sera per aiutarla. Anna è cresciuta senza il padre e grazie ai sacrifici di una madre che ormai non gode di buona salute e che spesso è costretta a letto dalla stanchezza o dai dolori. Ed è proprio per starle più vicino che Anna ha dovuto abbandonare la scuola, nonostante ci andasse molto volentieri. Ora, raggiunta la piccola abitazione del povero quartiere della Badia, Anna siede sullo scalino di casa: alle spalle la piccola cucina illuminata e la mamma che lavora a maglia scambiando qualche parola con i vicini. Si tocca le braccia per rassicurarsi di essere ancora viva e pensa alla figliola della bottegaia incontrata la mattina. Lei è fortunata perché la sua mamma è vedova “e le vedove le rispettano tutti. Mentre una donna che ha avuto una figliola senza essere sposata, anche se lavora e non dà fastidio a nessuno, glielo rinfacciano sempre […] Essere orfana” è “una disgrazia, ma essere bastarda” è “peggio, una se ne” deve “vergognare per tutta la vita”...

In una lettera a Franco Fortini del 12 gennaio 1970, Carlo Cassola scriveva: “Sono in un periodo di grave crisi. Accenno soltanto al versante letterario: col mio ultimo romanzo, Paura e tristezza, già finito ma che pubblicherò in autunno, sarà irrevocabilmente finita una lunga applicazione letteraria, cominciata nell’immediato dopoguerra. Non ci tornerò più sopra. Sento che non potrò più fare la commemorazione del passato e l’elegia della giovinezza. [...] Caro Franco, arrivato all’età che sai, mi sembra di essere uno di quei personaggi da romanzo russo che si chiedono: «Ormai siamo vecchi, caro Pjotr Ivanovic, e che ne sappiamo della vita?».” Ed è proprio commemorazione della giovinezza, di un età dell’oro mai più destinata a ritornare, questo splendido romanzo pubblicato per la prima volta nel 1970 da Einaudi, che ruota interamente attorno alle vicende della giovane protagonista Anna Dell’Aiuto. La conosciamo bambina, dolce e accondiscendente, fin troppo matura per la sua età ma con quella “invincibile tendenza a vivere solo nel presente” che la trascina in una sorta di indolenza, di passività nei confronti degli avvenimenti esterni, di torpore dal quale si scuoterà solo nel breve periodo in cui ‒ ormai adolescente ‒ conoscerà Alvise, il giovane profugo veneto con il quale condividerà cose semplici: il lavoro nei campi, l’accendere il fuoco insieme nella grossa cucina della zia Ersilia, lo zappare in silenzio nello stesso campo, le arrampicate sugli olivi. Una piccola parentesi di felicità in un’esistenza segnata dalla povertà, dalla rassegnazione, dalla convinzione che “le femmine sono destinate solo a patire” e soprattutto dall’incapacità di relazionarsi con gli uomini, dall’identificare il sesso come qualcosa di sporco, di inevitabile ma per Anna di assolutamente innaturale (“perché la vita era in quel modo? Perché una era soggetta a subire la prepotenza dei maschi fin da quando era piccola? Sarebbe stato tutto bello senza quella cosa lì. L’amore, lo chiamavano: un bell’amore davvero, se era fatto solo di porcherie”). E così, l’ultima immagine della dolce Anna che il lettore ricorderà sarà quella di una donna ormai sfiorita, madre di quattro figli, costretta in un ruolo che non sente suo e rassegnata nel proprio destino di solitudine. Ma al tempo stesso consapevole che a volte basta poco per essere felici, soprattutto quando si è giovani, soprattutto se si sa cogliere la bellezza delle piccole cose: il grigio argenteo degli oliveti, un triangolo di terra zappato di fresco, il colore degli alberi da frutto in fiore, la brezza frizzante che preannuncia la primavera. E Cassola è maestro nel raccontarci questi scampoli di bellezza: le sue descrizioni sono pura poesia, sono quadri impressionisti che calano il lettore nelle campagne toscane allo scrittore tanto care. Sono piccoli suggerimenti di felicità: “Le superfici piatte delle zolle luccicavano; tra una zolla e l’altra erano tesi dei fili. Si vedevano una quantità di insetti che svolazzavano sopra la terra smossa. Quei luccichii, quei fili tesi, quegli insetti svolazzanti si vedevano solo perché erano controsole. I fili dovvano essere opera dei ragni: zappando, avevano distrutto le ragnatele, e quelli s’erano subito messi all’opera per rifarle. «C’è pieno di cose invisibili», pensò Anna. Le tornò in mente il tempo lontano in cui era a casa: la mattina quando un raggio entrava in camera, si vedeva un turbinio di granelli di polvere...Ci volevano speciali condizioni di luce per vederli. Era un po’ come nella vita, che le cose ci se ne accorgeva solo in certi momenti...”.



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