Pazzi come noi

Pazzi come noi
Un sottile filo logico lega la storia recente dell’invasione militare dell’Iraq da parte delle forze occidentali, sulla base della filantropica missione di esportare la democrazia, alle storie raccontate da Ethan Watters, in un libro-indagine, in cui racconta come anche la malattia mentale, o meglio, l’idea stessa di disturbo mentale è stata in qualche modo esportata nei Paesi di cultura non occidentale. Le malattie, si dirà, non si esportano, semmai si diffondono, per contagio principalmente; ma i disturbi psichiatrici, come ad esempio la depressione, lo stress, l’anoressia non contemplano tra le loro cause virus, batteri, prioni o acidi nucleici. In che termini, allora, è possibile il contagio e ad opera di chi?...
“La premessa di questo libro è che il virus siamo noi. Negli ultimi trent’anni noi occidentali abbiamo alacremente esportato le nostre idee sulla malattia mentale. Le nostre definizioni e le nostre terapie sono diventate standard internazionali”. Un esempio? Il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) rappresenta la diagnosi attesa e obbligata subito dopo episodi di guerra o sciagure di altro tipo; è un po’ “la lingua franca della sofferenza umana”. Nel 2004, a seguito della devastazione compiuta dall’onda di tsunami sulle coste del sud-est asiatico comprese tra lo Sri Lanka e la Thailandia, viene messo in atto il più vasto intervento psicologico di tutti i tempi; migliaia di “specialisti e studiosi dei traumi – provenienti dall’Europa, dall’Australia e dagli Stati Uniti - si riversano nelle regioni colpite” per portare servizi di salute mentale locale degni dell’era moderna. L’intervento è rapido, perché si teme, anzi, c’è la certezza indimostrata che da lì a poco esploderà un’epidemia di depressione e PTSD; il disturbo post-traumatico da stress diviene “l’unico modo di concepire il trauma psicologico”. Nella corsa a cercare di riparare le ferite del corpo e dell’anima con l’unguento delle verità scientifiche occidentali, di rado viene posto l’interrogativo se sia utile e congruo applicare la diagnosi di PTSD a qualsiasi cultura umana. “La diffusione del PTSD in ogni angolo del mondo – ha affermato Allan Young, antropologo alla Mc Gill University – è forse la principale vicenda di successo della globalizzazione”. Sono forse gli stessi professionisti della salute mentale a dare forma ai sintomi? Secondo lo storico della medicina Edward Shorter, “la storia è piena di sintomi psicosomatici continuamente cangianti, in gran parte modellati dalle aspettative e dalle credenze dell’establishment medico”. A tal proposito è emblematico il caso della diffusione in Cina dell’anoressia, malattia che, agli inizi degli anni novanta, è ancora sconosciuta. I pochi casi riscontrati, inoltre, si caratterizzano per il fatto che le donne colpite, a differenza di quanto riscontrato in occidente, non mostrano alcuna preoccupazione per la propria immagine corporea, nessuna fobia del grasso. Un tragico evento, la morte di una ragazza anoressica ad Hong Kong, scuote l’opinione pubblica cinese ed ottiene grande risalto sulla stampa: i giornalisti cinesi si documentano e citano fonti ed esperti occidentali; inizia a diffondersi un nuovo modello di malattia, che si sovrappone e s’impone su quello locale, inizialmente osservato dai medici cinesi. Da allora, i numeri dell’anoressia in Cina sono aumentati in misura significativa, si è diffusa l’epidemia di “anoressiche anch’io”. La malattia mentale prende forma, senso ed espressione nel tempo, nel luogo e nella cultura locale. Essa si manifesta sfruttando, inconsapevolmente, una sorta di linguaggio comune, fatto non di parole e segni, ma di messaggi comportamentali codificati e accettati come legittimi, in quel preciso frangente cronologico, geografico e culturale. Questa è, in definitiva, la posizione condivisa dalla gran parte degli antropologi e dagli studiosi di psichiatria interculturale, che sottolineano l’influenza esercitata sulla malattia mentale dalle tradizioni, i riti, le credenze e la religione propria di ciascuna comunità, cui il malato appartiene. Una posizione, a quanto pare, per nulla condivisa dalla psichiatria occidentale, che definendo modelli di malattia costruiti a misura del mondo e della cultura occidentale, più specificatamente statunitense, sovrappone ed impone quegli stessi modelli in Paesi in cui la vita, la sofferenza, la morte hanno significati assai diversi. “Andando in giro per il mondo si rimane sconcertati dalla diffusione pervasiva della cultura occidentale, quella americana in particolare. Il nostro impatto più nocivo nei confronti delle altre culture non consiste nella diffusione degli archi dorati di McDonald’s, ma nel modo in cui stiamo appiattendo persino il paesaggio psichico dell’uomo”. Ethan Watters, giornalista del New York Times Magazine e di Wired, è una penna abituata a condurre inchieste: ogni assunto è puntellato da dati, testimonianze, storie di malattia descritte con l’abilità di un romanziere. La scrittura fluida e appassionante guida il lettore nella ricerca, alla scoperta del bandolo della matassa, delle ragioni profonde e schive di ogni affermazione scontata, che stanno dietro i processi culturali e di mercato, che sottendono alle manifestazioni della “malattia mentale da esportazione”. 

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER