Peccati di famiglia

Peccati di famiglia
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Irlanda, agosto 1946. Hubert era un ragazzo strano. Non gli importava di niente e di nessuno, ma era stato il suo compagno di scuola. L’aveva invitato a trascorrere un fine settimana a casa sua e lui aveva accettato. Hubert abitava coi nonni, da quando i suoi erano morti a causa di un incidente automobilistico in Inghilterra. E non era solo strano. Sembrava portarsi addosso un mondo intero, una storia di famiglia scomoda e triste. Ma al ragazzo lui piaceva, anche se in quei giorni capì che, col finire della domenica, anche la loro amicizia stava arrivando al termine e che non si sarebbero mai più rivisti... Barney, studente di medicina, venne a sapere della stanza libera in Gogarty Street per puro caso. Nella casa abitava la vedova Lenehan, sua madre Fennerty, il signor Sheehy e Ariadne, una ragazza particolare, timida e solitaria. Niente di più che una leggera presenza sonora nella stanza al piano di sopra. Barney avrebbe desiderato conoscerla meglio, parlarle, stare con lei, passeggiare, ma Ariadne era come un quadro appeso alla parete, delicato e distante… Lui, lei e l’uomo che i due chiamavano zio. Una trinità laica fatta di due giovani che accudiscono un vecchio, anche se la realtà si poteva dire fosse l’esatto contrario. Quando il vecchio decise che i due avrebbero fatto la loro prima vacanza a Venezia, loro ubbidirono. Ma, a causa di un disguido, la coppia finì in un residence per anziani sulle Alpi svizzere. Avrebbero voluto telefonargli, spiegargli l’accaduto ma qualcosa li bloccava. Un timore reverenziale, una paura e una vergogna inspiegabili…

Tornare all’essenza delle parole: ecco la chiave. Otto racconti ridotti all’osso, che sezionano scampoli di vita, da rosicchiare e succhiare fino a che non si scopre il midollo. La superficie è fragile e subito viene a galla la sostanza delle storie e in bocca si avverte il gusto della vita vissuta dai personaggi. Alcuni racconti hanno una luce antica, di mezzo secolo fa e che già sa di nostalgia e passato oramai lontano; altri invece tendono al contemporaneo e alle nostre vite frettolose. Un’Irlanda dipinta a pastello fa da fondale discreto e soffuso. Ma ciascuno di essi si spiega con parole essenziali, come se l’autore avesse lavorato di nuovo per sottrazione dopo aver già tagliato e cesellato, passando la storia al setaccio per sperare il superfluo dal significato che deve rimanere. Ogni frase ha un gusto, niente di più di quel che andava detto è stato scritto. C’è chi ama questo stile e non cerca altro che un immedesimarsi immediato nel fotogramma appena letto; c’è chi ha bisogno di metafore complesse e colorate, che raccolgano le parole e le gettino verso l’alto perché cadano come fiocchi di neve, plasmati da altri elementi. Ma questi sono gusti, che prescindono dalla capacità di dichiarare che Trevor è un maestro nell’arte del racconto. Non è un caso che lo scrittore e drammaturgo di origine irlandese, ma trapiantato in Inghilterra, sia riconosciuto come uno dei maggiori scrittori di lingua inglese e che qui in Italia abbia ricevuto il premio internazionale Nonino.



 

 

 

 
 
 
 

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