Pecorelli deve morire

Pecorelli deve morire

Mino (all’anagrafe Carmine) Pecorelli muore il 20 marzo 1979 trucidato in via Orazio, a Roma, a pochi metri da via Tacito, dove lavorava, in maniera brutale e fulminea. È sera, quasi ora di cena, e Pecorelli è, al momento della morte, uno dei giornalisti più temuti dai poteri forti: direttore de “L’Osservatore Politico”, un settimanale di nicchia per i soli abbonati, grazie alle sue fonti interne e ben informate, riesce a ricostruire ed offrire nero su bianco tutti i retroscena, anche scomodi, della vita politica italiana, intrighi, trame, che i potenti cercano di tenere nascosti. Siamo negli anni di piombo, negli anni del brigatismo – Pecorelli segue anche gli sviluppi del “caso Moro” –, siamo agli albori dello scandalo del petrolio che di lì a poco destabilizza la politica italiana. Man mano che ci si addentra nella ricerca dell’assassino, le indagini si allargano e si disperdono in una serie sterminata di rivoli: la malavita organizzata, in particolare legata alla Banda della Magliana con i suoi legami ai movimenti di destra dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), ma anche la mafia guidata da Totò Riina, gli ambienti dei servizi segreti, delle logge massoniche (lo stesso Pecorelli risulta affiliato alla Lista Propaganda 2, meglio nota come P2, del “maestro venerabile” Licio Gelli”). A causa del dedalo di conoscenze che mette Pecorelli al centro di ogni fatto e di ogni notizia dell’attualità politica italiana, gli inquirenti si soffermano soprattutto sui moventi, anche perché compare il coinvolgimento del nome più potente della prima Repubblica, il senatore Giulio Andreotti, tirato in ballo dal pentito Buscetta. I processi si susseguono quasi come riti improduttivi visto che si concludono tutte le volte con un’archiviazione, un nulla di fatto. Resta ogni volta l’impressione di essersi avvicinato un po’ di più alla verità, tuttavia si è ogni volta sempre più sgomenti perché quella stessa verità si presenta diversa e possibile, mai definitiva…

Valter Biscotti, avvocato penalista tra i più noti d’Italia, è stato a lungo impegnato, prima di fare lo scrittore, in processi importanti nella storia civile italiana: legale dei familiari di Emanuele Petri, come parte civile contro le nuove Brigate Rosse, legale dei familiari dei membri della scorta di Moro nei nuovi filoni d’inchiesta. Protagonista di processi della cronaca nera più profonda, come il caso dell’omicidio di Meredith Kercher, il caso Avetrana e i casi di Salvatore Parolisi e Manuel Winston. Da qui la grande dimestichezza con gli ambienti del “mondo di mezzo” nel quale si è mosso Pecorelli, nella cui figura Biscotti è incappato quasi per caso, come legale di Pippo Calò, cassiere della Mafia, implicato con Calvi, Gelli e la Banda della Magliana. In quell’occasione ha avuto modo, pur da posizioni differenti, di potersi fare un’idea del giornalista, di cui decide di riabilitarne la persona, ancora oggi in attesa di giustizia, a quarant’anni dalla sua scomparsa. Il saggio è dedicato alla ricostruzione dei fatti, partendo da quei dettagli che -a parere di Biscotti- sono rimasti inesplorati proprio perché in tutte quelle vicende risultano più importanti le persone delle cose: come ad esempio i bossoli utilizzati dal killer ed esplosi da una pistola calibro 7,65 di una marca, la Gevelot, molto rara, ritrovati proprio nell’arsenale della Banda della Magliana, ritrovato nel 1981 nei sotterranei del Ministero della Sanità. Ma anche l’identikit ed i testimoni annotati ma non sufficientemente “utilizzati”. Il pregio del libro di Biscotti, dal punto di vista giuridico, è quello di riportare l’attenzione sui dettagli suggerendo piste di ricerca e di indagine anche se alla fine anche per Biscotti non c’è una soluzione, ma soltanto una nuova pista che resta poco più che una suggestione. Il difetto del libro sta proprio in questa selva di richiami che disorientano il lettore, costretto a seguire lo sviluppo delle indagini con un taccuino dove annotare tutti punti che l’autore, a dire il vero non molto abile nell’arte del narrare, poi ritornerà in seguito. Per questo la ricostruzione rischia di essere dispersiva, anche se non poteva essere diversamente. Il saggio è, infine, impreziosito da un racconto nel racconto, quasi in presa diretta, quello dell’incontro affettuoso fra Biscotti e Rita Pecorelli, sorella del giornalista, che in modo commosso disegna il ritratto del fratello e soprattutto ricostruisce i momenti della notizia della scomparsa del familiare.



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