Perché non possiamo aspettare

Perché non possiamo aspettare
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Perché la rivoluzione Negra è scoppiata nel 1963? Per la delusione della gente di colore nel vedere le leggi sulla desegregazione inapplicate, per la crescente disoccupazione che colpiva i coloured, perché il 1963 era stato l’anno della liberazione dal colonialismo europeo dei “fratelli africani”. Ma soprattutto perché nel centenario della proclamazione dell’emancipazione fatta da Abramo Lincoln il Negro si rendeva conto di aver conquistato la libertà fisica, non quella giuridica. Rimaneva di fatto segregato: non poteva sostare al banco delle tavole calde, poteva sedersi solo nella parte posteriore dei bus, veniva ostacolato nel suo diritto di voto. In quel fatidico anno accadde qualcosa di inaspettato. I movimenti per l’uguaglianza razziale adottarono un nuovo metodo di lotta: la non violenza. I loro leader sapevano che lo scontro rabbioso non avrebbe portato che al sangue e non avrebbe cambiato nulla per il loro popolo. Nella primavera del’63 banco di prova della non violenza divenne Birmingham, polo industriale e soprattutto la città più segregazionista d’America, controllata dal commissario di pubblica sicurezza Bull Connor, assertore di un razzismo totale. Qui venne messo in atto un piano studiato nei minimi particolari: sit-in, marce sul municipio, il non acquistare prodotti negli esercizi commerciali gestiti dai bianchi…

Perché non possiamo aspettare ruota attorno alla parola libertà. Martin Luther King denuncia come ancora all’inizio degli anni ’60 i Negri – come li chiama nel testo – siano oggetto di molte discriminazioni sia nel Sud che nel Nord del Paese. Il raggiungimento della libertà passa – per il pastore protestante – dal cambiamento della mentalità della popolazione nera, troppo abituata dal violento sistema segregazionista a sentirsi una razza inferiore, come aveva già ben evidenziato Richard Wright in Ragazzo negro. Per King è necessario unire l’azione diretta della non violenza all’azione legale per far rispettare le leggi. Ciò comporta pazienza, ostinazione, coraggio, con il rischio di finire in prigione o, peggio, di essere selvaggiamente picchiato o addirittura ucciso. Non per niente insiste sull’immagine del corpo, martoriato sì, ma che non si piega né indietreggia di fronte alla repressione. La resistenza passiva è la modalità migliore per affermare la dignità umana dell’uomo di colore e per fargli capire che lui è uguale a ogni altro uomo. Perché non possiamo aspettare mescola forme letterarie diverse – il saggio, il racconto, la lettera – ma si pone soprattutto dalle parti del pamphlet politico anche se non ideologico (il concetto di negritudine teorizzato da Aimé Césaire è ad esempio appena sfiorato). King parla di gente di colore, ma si rivolge a tutti gli uomini di ogni razza e di ogni condizione sociale, ricordando loro cosa sia una persona.



 

 

 

 
 
 
 

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